Quale sarà il futuro del lavoro?

Ricardo Antunes* – È stato a partire dalle crisi strutturale che è affiorata all’inizio degli anni ’70 – e s’è intensificata a partire dal 2008 – che i capitali hanno sviluppato un vasto processo di ristrutturazione produttiva che è risultata in forme di accumulazione flessibile, caratterizzata dalla delocalizzazione produttiva, l’espansione delle reti di decentramento, il lavoro di gruppo, i salari flessibili, le “cellule di produzione”, i “tempi di lavoro”, il “coinvolgimento produttivo”, il “lavoro polivalente”, “multifunzionale”, con l’obiettivo primario di ridurre i costi e aumentare la produttività. la pragmatica degli “obiettivi” e delle “competenze”, costantemente praticata dall’“ammirevole mondo” dei “collaboratori”, tutto ciò si trasforma nel nuovo ideale e nella nuova prassi del modo produttivo. è in questo complesso che la terziarizzazione s’è venuta costituendo nel nuovo elisir della vita imprenditoriale. espandendosi nei più diversi rami industriali, agricoli e dei servizi, la terziarizzazione, che nel passato recente costituiva l’eccezione, s’è trasformata nella regola. il risultato è ovunque: disoccupazione, precarizzazione, informalità, flessibilità, di cui lavoratori e lavoratrici sono le vittime principali. trasformazione che, come nel settore dei servizi, è caratterizzata da un’elevata rotazione, scarsa qualificazione e bassa remunerazione, di cui sono esempi il “telemarketing” e i “call center”, ipermercati, hotel e ristoranti, il commercio, ecc. nei periodi di crisi e di recessione , come quella che stiamo vivendo anche nel brasile odierno, il risultato è ancora più noto: erosione devastante della occupazione e corrosione esponenziale dei diritti del lavoro. nuove parole compaiono nel dizionario del flagello lavorativo: individualizzazione, volontariato, auto imprenditorialità, tutto ciò nell’avanzamento reale della devastazione sociale. e quando si raggiunge la sicurezza dell’impiego, abbiamo la riduzione salariale, la erosione dei diritti sociali che brucia ciò che resta della dignità del lavoro, per non parlare della dissoluzione dei sindacati e della riduzione dell’azione collettiva, che minaccia di portarci – se la resistenza non si rafforza ed amplifica – verso quella che viene chiamata la “società della terziarizzazione totale”. spinto dalla logica del capitale finanziario, dove tempo e spazio si fanno convulsi, il vilipendio del lavoro è la contropartita necessaria alla base della produzione: il capitale finanziario in cima, con il “denaro che genera più denaro”, come fine fittizio del sistema, e una amalgama di forme di lavoro precario nelle catene globali produttive di valore. dalla cina all’india, dagli stati uniti all’inghilterra, dal messico al brasile, dall’italia alla spagna, dalle filippine ad haiti, è difficile sfuggire a questa realtà. quando la resistenza sindacale ed operaia è maggiore, la devastazione è minore. dove la resistenza è più debole, i capitali globali avanzano nella demolizione dei diritti del lavoro. risorgono poi forme contemporanee di lavoro schiavistico e semischiavisctico. come nel nei lavoratori precarizzati della coppa del mondo del 2014 in brasile, o nell’expo internazionale di milano. come comprenderanno bene i lettori vale il seguente parallelo: se nell’impresa tayloristica e fordistica la sua forza era misurata a partire dal numero di lavoratori che in essa operavano, nell’era dell’impresa flessibile e del mondo finanziarizzato, meno lavoratori e lavoratrici vi sono nell’impresa, tanto più questa è produttiva, più globali saranno le sue possibilità, più transnazionale sarà il suo profilo. infine la domanda che non vogliamo tacere è: quale sarà il futuro del lavoro se il suo presente è così devastante?

*Professore titolare di sociologia del lavoro a IFCH/UNICAMP in Brasile.

fonte: Sinistra Lavoro

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