Crescere diritti, documento conclusivo

Scuola e Infanzia, un modello costituzionale di programmazione e gestione pubblica e diretta

I bambini hanno diritto a crescere, imparare e scoprire il mondo, accolti ed educati da adulti che si assumano collettivamente le responsabilità di essi e con modelli organizzativi e gestionali, di derivazione costituzionale e con l’intervento dello Stato e delle Istituzionali locali su investimenti e gestione diretta.

La situazione oggi dei Servizi all’Infanzia 0/6 è lontana da rappresentare un’offerta pubblica che possa anche solo avvicinarsi alle percentuali obbiettivo di Lisbona.

Il lavoro per costruire l’ennesima proposta di legge affinché lo 0/6 potesse diventare una realtà nazionale, trasformando l’asilo nido da servizio a domanda individuale a scuola, come lo è la scuola dell’Infanzia, è stato vanificato dopo che la proposta di legge è stata inglobata nella “buona scuola”.

Ciò che è rimasto della proposta di legge attende un decreto attuativo, ma cosa più importante, il fondamentale finanziamento che non è previsto nella legge di stabilità.

Ciò che però è necessario oggi creare è un movimento che riporti alla gestione diretta i servizi all’Infanzia.

Negli ultimi vent’anni, con un’accelerazione negli anni 2000, è prevalsa una posizione fortemente ideologica di affidamento dei servizi alla gestione di privati.

I provvedimenti in materia finanziaria hanno costituito le premesse per lo smantellamento, in molti casi, di un’offerta pubblica storicamente riconosciuta, radicata e di qualità e della possibilità di progettare e realizzare per tutto il territorio nazionale un modello agganciato ai diritti di rango Costituzionale, universale, pubblico e a gestione diretta.

Queste operazioni, lontane anche dal raggiungere obbiettivi di risparmio dichiarati dalle amministrazioni, peraltro mai effettivamente acquisiti, hanno però creato l’abbassamento dei diritti di lavoratrici e lavoratori, l’aumento dell’orario di lavoro e del salario percepito, l’aumento dei costi per i cittadini e, in moltissimi casi, l’abbassamento della qualità dei servizi, pure in presenza di una grande dedizione e di un generale sfruttamento della forza lavoro.

Tali operazioni non hanno di certo aumentato né la presenza delle strutture sul territorio nazionale, si stima infatti che siano 900.000 le bambine e i bambini che non possono frequentare un nido, né la qualità del servizio che in molti casi si è abbassata.

Infatti, non è indifferente il tipo di contratto applicato:

  • il CCNL Regioni autonomie locali ha due articoli, il 30 e il 31, che non solo forniscono una puntuale disciplina dei diritti e del salario del personale educativo, ma, per ragioni di contestualizzazione organizzativa, tracciano un modello di scuola e asilo nido che prevede e regola:

  • orari di lavoro, calendari scolastici e la possibilità di una compresenza per quasi tutta la giornata educativa;

  • professionalità, salario accessorio e specifico, la formazione del personale;

  • tutte le attività integrative, collegi, colloqui con le famiglie, programmazione, ecc.ecc.;

  • continuità educativa.

Questo modello non può reggere se, come accade in quasi tutte le realtà private accreditate, il personale è part time, con orario spezzato utile alla copertura delle assenze a discapito di compresenza e continuità; a ciò si aggiunga la vessatoria pratica della “consegna domiciliare” del personale, nei casi di assenze temporanee dei piccoli utenti.

Il modello di gestione diretta del pubblico è stato minato da politiche nazionali volte a bloccare le possibilità di assunzioni e dal taglio dei trasferimenti locali.

Tale situazione ha determinando il continuo affanno in cui si trovano le Amministrazioni che vogliono continuare a gestire direttamente e ha creato presupposti finanziari e contabili o addirittura alibi a tutte quelle Amministrazioni che vogliono esternalizzare in ragione di pregiudizi ideologici o per mancanza visone progettuale e civica sui temi dell’infanzia.

In diverse realtà, tale spinta alla dismissione dei servizi o la mancata copertura in termini di programmazione e gestione, trova in utenti, lavoratori e Organizzazioni Sindacali un fronte compatto di resistenza e che progressivamente può e deve allargarsi.

Sulla scorta di queste premesse è necessario, da subito avviare, un movimento che chieda al Governo:

  • lo sblocco del turn over e la possibilità di assunzioni fuori da vincoli sia numerici che legati al patto di stabilità;

  • la prosecuzione della stabilizzazione del personale precario;

  • il rilancio della proposta di legge 0/6 e il suo finanziamento, verso le autonomie locali, con un incentivo alla gestione diretta;

  • l’avvio di un piano nazionale di costruzione e gestione pubblica e diretta di servizi educativi, con particolare attenzione al Mezzogiorno d’Italia;

  • la reinternalizzazione dei servizi educativi e, in via immediata, la parità di trattamento a parità di prestazioni, di tutto il personale coinvolto nei servizi non a gestione diretta, con il personale con contratti Autonomie Locali e/o Scuola;

  • un miglioramento professionale di tutto il personale educativo e l’inserimento della figura educativa, tra le professioni usuranti e con un particolare e agevolato sistema di gestione previdenziale;

  • il mantenimento, la salvaguardia e/o il ripristino del ciclo integrato del servizio, con particolare riferimento al pasto e alla pulizia dei bambini;

  • la regolazione dei servizi e delle attività di gestione in coerenza con la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro del personale e nel rispetto del benessere e della cura dei bambini;

  • l’integrazione/inclusione dei bambini disabili e il superamento delle proposte di “carriere separate” per il personale di sostegno e per cancellare ogni tentativo di segregazione e medicalizzazione.

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