Bambine e bambini in gioco

Sabato 23 gennaio si è svolto a Firenze, in Consiglio regionale, un convegno sull’infanzia promosso dal gruppo consiliare “Sì Toscana a Sinistra” e presieduto da Daniela Lastri, ex assessore all’istruzione del Comune di Firenze ed ex consigliera regionale. Al convegno, oltre ai vari rappresentanti politici del gruppo regionale, hanno preso parte, tra gli altri, Tullia Musatti, famosa pedagogista e ricercatrice del CNR, attualmente impegnata all’interno della commissione che discute le nuove norme sul ciclo integrato 0-6 anni. C’erano Alessia Petraglia, una senatrice che ha seguito l’iter del DDL Puglisi sullo 0-6 in senato (oggi parte della legge delega sulla Buona scuola), Marina Boscaino (LIP scuola), e – con ampio spazio di parola – due dirigenti sindacali della Cgil: Micol Tuzi, pedagogista di Bologna facente parte del direttivo confederale ed Anna Fedeli, membro della segreteria nazionale della FLC. Davanti ad una platea composta prevalentemente da lavoratrici e lavoratori, da rappresentanti sindacali e da persone che si sono battute in questi anni in difesa di scuole e nidi pubblici, gran parte dei relatori hanno mosso critiche ad un governo che, come dimostra l’ultima legge di stabilità, non intende investire in strutture per l’infanzia pubbliche ma piuttosto si impegna, più o meno subdolamente, in processi di privatizzazione di una fetta sempre più ampia di servizi educativi e, novità, anche di scuole dell’infanzia finora pubbliche (come dimostra il caso di Firenze, in cui sono state appaltate una grossa parte di quelle comunali). Dalle diverse voci emerge una preoccupazione costante che è quella che il primo segmento d’istruzione 3-6 anni, la cui generalizzazione dovrebbe essere in carico allo Stato, venga oggi retrocesso alla logica – anch’essa in arretramento culturale – che oggi caratterizza i servizi educativi 0-3 anni. Questi, in quanto servizi a domanda individuale in carico ai comuni, sono i primi a subire pienamente le conseguenze della forte contrazione di risorse devolute agli enti locali e il blocco del turn-over (riproposto dalla nuova legge di stabilità), e così vengono serviti su un piatto d’argento a gestioni altre, che vanno dal privato sociale al privato tout-court. In parole povere, dietro il termine “sistema integrato d’istruzione 0-6 anni” – che in sé dovrebbe racchiudere la virtù di un sistema integrato come continuità educativa e l’elevare la delicata fascia 0-3 anni al rango dei successivi ordini di scuola – sembra celarsi la volontà di “integrare” i due segmenti accomunandoli alla mera apertura a modalità gestionali che si allontanano sempre più dalla gestione pubblica e diretta. Effettivamente, gli echi – riportati anche in questa sede – di quanto viene discusso in parlamento parlano della necessità di estendere “quantitativamente” servizi educativi e scuole (laddove ancora poco presenti i primi e non generalizzate le seconde), degli standard che dovrebbero riguardarli, dei titoli di studio di quanti vi operano – cose in sé virtuose – ma mai si parla da chi e come debbano essere gestiti e, soprattutto, con quali e quante risorse. L’aspetto della forma di gestione viene affrontato in maniera chiara ed esplicita da Micol Tuzi nel suo intervento, insieme ad un altro punto che in Parlamento sembra passare completamente sotto silenzio, che è il riconoscimento professionale e salariale di quanti operano nel settore. Il documento conclusivo del convegno di Milano, “Crescere diritti”, organizzato a novembre scorso da Democrazia e Lavoro è la linea guida dell’ intervento di Micol, che tocca i punti cruciali del problema: occorre rilanciare la gestione diretta come garanzia di diritti di bambini e di lavoratori e, riguardo a questi, assicurare in via immediata parità di trattamento a parità di prestazioni. Apprendiamo invece con rammarico, che nella legge delega sullo 0-6, ricorre di nuovo il termine governance, un termine ormai molto amato dai nostri politici. Continuano a sciorinarcelo come garanzia di uno Stato che “si prende in carico” tutti i servizi, ma che noi viviamo con sospetto, perché lo vediamo inevitabilmente legato all’idea di uno Stato che “delega” la gestione di servizi fondamentali per la comunità limitandosi ad una funzione (forse) di controllo. L’ esatto contrario dell’ abusato termine “pubblico”. Dietro il sistema, gestori privati indissolubilmente guidati dall’idea di profitto, lavoratori, educatrici e insegnanti ricattate e con pochi diritti, sottopagate e sottoinquadrate, come ha ben spiegato in questa sede Anita di Mattia, dipendente/socia di cooperativa e membro dell’Assemblea nazionale Cgil. L’attenzione della platea e dei politici presenti in sala, ci ha fatto uscire dalla sala con la certezza di essere sulla strada giusta e con precise rivendicazioni: lo sblocco del turnover nella pubblica amministrazione, la possibilità di effettuare assunzioni da parte dei comuni al di fuori del patto di stabilità, l’ adeguato finanziamento ai servizi educativo/scolastici per l’ infanzia, con incentivo alla gestione pubblica diretta. Occorre continuare a diffondere le nostre idee, dentro e fuori la Cgil.

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