Aumento dell’occupazione? Tutte le balle di Renzi

È nota a tutti la ricetta di Renzi per ridurre la disoccupazione e la precarietà soprattutto nelle fasce giovanili: contributi a carico dello Stato per le imprese che assumono a tempo indeterminato e libertà di licenziamento con la sostanziale abrogazione dell’articolo 18 per i nuovi assunti. I titoli della grande stampa e della televisione supportano questa ipotesi pubblicando dati eccellenti circa l’aumento dell’occupazione e la riduzione della disoccupazione. Ciò avviene puntualmente a ogni pubblicazione di questi dati da parte dell’Inps e dell’Istat. Peccato che i grandi media non riportino esattamente quanto dicono i dati. E’ sufficiente un’occhiata agli ultimi comunicati su occupazione e disoccupazione pubblicati dall’Istat relativi al mese di novembre 2015 e confrontati con il novembre 2014. La tabella che pubblichiamo in questa pagina è stata ampiamente ignorata dalla comunicazione di massa. Da essa si evince che, a parte una piccola variazione di 30.000 occupati nella fascia tra i 15 24 anni di età, il grosso dell’aumento degli occupati (+274.000) si è registrato tra coloro che hanno più di cinquant’anni. Nella fascia tra i 25 e i 49 anni di età l’occupazione è addirittura diminuita di 98.000 unità. Prima considerazione: l’occupazione giovanile (15-34 anni di età) è diminuita di 10.000 unità. Seconda considerazione: gli occupati oltre cinquant’anni sono aumentati in quella misura anche perché è diminuito il numero di coloro che accedono alla pensione grazie ai provvedimenti di innalzamento dell’età pensionabile. Infatti mentre gli inattivi aumentano in tutte le fasce di età essi diminuiscono esclusivamente (- 46.000) nella fascia 50-64 anni. Perché? Perché meno gente è andata in pensione (i pensionati sono calcolati tra gli inattivi a meno che non abbiano ancora una attività) e quindi è rimasta tra gli occupati contribuendo all’aumento dei numeri. È sufficiente un’occhiata al bilancio assestato del 2015 dell’Inps per vedere meglio questo fenomeno. Nel bilancio si prevede che nel 2015 le pensioni cessate (quasi tutte per morte del pensionato) saranno 123.391 in più di quelle nuove. Siccome a ogni pensionato corrisponde mediamente più di una pensione (invalidità, superstiti, accompagno…) possiamo valutare che questa riduzione del numero delle pensioni corrisponda a circa 100.000 pensionati in meno che sono pertanto rimasti tra gli occupati, salvo i morti e i licenziati. Nel bilancio preventivo dell’Inps per il 2016 si prevede addirittura una riduzione degli iscritti in attività rispetto al 2015. Per il 2015 viene previsto un aumento sul 2014 di poco superiore alle 100000 unità. Altro aspetto oscurato nelle “grida entusiatiche” è quello relativo alla qualità dell’occupazione e cioè alla riduzione del precariato. Falso. Dalla seconda tabella (dati Istat) si evince come i contratti di lavoro a termine siano aumentati in un anno di 106.000 unità: più del 50% dell’aumento degli occupati complessivi (206.000). Inoltre è peggiorata la qualità dei contratti a termine: sono diminuite le collaborazioni (co.co.pro.) ed è cresciuto a dismisura il lavoro accessorio retribuito con i voucher (spesso lavoro nero mascherato). La vulgata secondo la quale le imprese non trasformavano i contratti a termine in permanenti per evitare che scattasse la copertura dell’articolo 18 (la cosiddetta illicenziabilità “a vita”) si è rivelata una bufala. I contratti a termine aumentano e peggiorano di qualità! E, a proposito del celebrato “posto a vita”, la seguente tabella riassume, in un anno in cui vigeva ancora almeno in parte il vecchio articolo 18, quante fossero le cessazioni dei rapporti di lavoro in un anno: oltre 10 milioni senza contare quindi quelli dei lavoratori in nero! Lavoratori interessati da almeno una cessazione di rapporto di lavoro (a) per classi di età, rapporti di lavoro cessati e numero medio di cessazioni per lavoratore – Anno 2012 e I semestre 2013 (valori assoluti) Fonte: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Sistema informativo delle Comunicazioni Obbligatorie La verità è che i lavori stagionali nei servizi, nel commercio, nel turismo e nell’agricoltura dove è situata la maggiore domanda dei contratti a termine (e dove prevalgono le microimprese che sono sempre state escluse dall’art. 18) difficilmente diventeranno a tempo indeterminato, indipendentemente dagli sgravi e dall’articolo 18. Un albergo aperto 4 mesi all’anno continuerà ad assumere comunque a tempo e così sarà per certi lavori in agricoltura, ecc… Per i lavoratori coinvolti vanno infatti pensate specifiche forme di intervento e di solidarietà e non le trovate propagandistiche alla Renzi. Un’ultima considerazione: grazie al modo in cui vengono comunicati dall’Inps e peggio ancora da una stampa che spara numeri non spiegati si crede che siamo in presenza di un aumento importante del numero degli occupati. Non viene spiegato che i dati dell’osservatorio del precariato dell’Inps sono relativi ai flussi dei rapporti di lavoro e non degli occupati. La differenza è enorme! E’ sufficiente uno sguardo alla tabella del ministero del lavoro relativa ai rapporti di lavoro attivati e cessati nel 2012 essi furono oltre 10 milioni per tipo , coinvolsero intorno ai 6 milioni di lavoratori ma la variazione di occupati nell’anno secondo l’Istat non raggiunse le 100 mila unità (in meno).

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Gian Paolo Patta Coordinatore commissione economico-finanziaria CIV Inps

fonte: Progetto Lavoro

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