Abolite le pensioni di latta, intoccabili le pensioni d’oro

Chi va in pensione adesso quasi sempre lo fa con le regole del retributivo e del sistema misto, che prevedono per maturare il diritto alla pensione di vecchiaia 20 anni di contributi e un’età anagrafica che ora è di 66 e 7 mesi per gli uomini e 65 anni e 7 mesi per le donne (età che crescerà con il passare degli anni). Una volta raggiunto il diritto alla pensione si ha diritto, a certe condizioni, all’integrazione al minimo ( 502,39) se si matura una pensione più bassa, altrimenti si ha diritto a quello che risulta dal calcolo. Per chi andrà in pensione (con la vecchiaia) interamente nel sistema contributivo, cioè ha cominciato a versare contributi a partire dal 1/1/1996, non basterà raggiungere i contributi e l’età prevista; è necessario anche aver maturato il diritto ad un importo di pensione almeno pari a 1,5 volte l’assegno sociale: 671 euro nel 2014. Se non si supera tale importo, non si ha diritto ad andare in pensione e si deve continuare a lavorare, se si ha un lavoro, sperando di superare tale importo oppure aspettare l’età della vecchiaia contributiva che ora (2016) è pari a 70 anni e 7 mesi (in aumento con il passare degli anni). A quell’età si avrà diritto all’importo maturato; se l’importo è inferiore all’assegno sociale e si è abbastanza poveri per averne diritto si percepirà almeno l’assegno sociale (attualmente pari a 448 euro). Per capire in modo approssimativo i possibili effetti sociali di questa regola, abbiamo reperito i dati relativi alle pensioni di vecchiaia liquidate nel Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti e degli Autonomi nel 2014, che è l’ultimo anno di cui si dispone di dati completi. La questione è semplice: tutte le pensioni liquidate con un importo inferiore a quello che dà diritto alla pensione contributiva non sarebbero state liquidabili se fosse stato già in vigore per tutti il sistema contributivo. Quante sono? Molte più di quelle che si potrebbe pensare. La classificazione elaborata dall’INPS è per fasce di importo di pensione e quindi non è possibile fare un calcolo preciso; si può però proporre una stima. Per i lavoratori dipendenti privati maschi le pensioni inferiori a 500 euro sono il 19% del totale a cui vanno aggiunte le pensioni della fascia da 500 a 750 euro. In questa fascia l’importo medio della pensione è pari a 597 euro. Per prudenza si può ipotizzare che sotto la soglia prevista ci sia la metà delle pensioni di questa fascia; in questo modo verrebbe fuori che oltre il 30% delle pensioni di vecchiaia di lavoratori non sarebbe stato liquidabile. Un conto analogo per le lavoratrici dipendenti le pensioni non liquidabili porterebbe ad escludere dal diritto addirittura il 50%. Lo stesso calcolo fatto per i lavoratori autonomi porta per i maschi ad una percentuale di non liquidabili del 39%, per le donne invece del 60%. Gli autonomi hanno pensioni più basse perché dichiarano redditi più bassi e pagano meno contributi. Bisogna tenere presente che una parte delle pensioni molto basse potrebbe avere un’origine che non le farebbe rientrare nel conteggio; tale aspetto però non è rilevabile dalla banca dati. In ogni caso non è immaginabile che questo infici in modo molto significativo il risultato, considerato per esempio che le pensioni integrate al minimo (501 euro) da sole sono, a seconda della categoria, dal 16 al 23% del totale. Per certi aspetti, poi il quadro così ricostruito è anche ottimistico, perché se le pensioni liquidate nel 2014 fossero ricalcolate con il contributivo, a parità di età e contributi l’importo della pensione sarebbe inferiore, e quindi un numero superiore di pensioni non sarebbe liquidabile. Se si considerano i redditi, si può anche affermare con assoluta certezza che per quanto riguarda i dipendenti il problema è presente fra gli operai molto più che fra gli impiegati, i dirigenti e i quadri. All’interno di questa classificazione le donne mostrano sempre un reddito più basso di quello degli uomini. Non c’è dubbio, inoltre, che gli immigrati rientrerebbero in questa esclusione in misura ancora maggiore. Le lavoratrici domestiche (per l’85% donne) iscritte regolarmente all’INPS nel 2013 erano 944.000. Il reddito di queste lavoratrici è stato per il 95% dei casi inferiore ai 13.000 euro e con una aliquota contributiva del 25% rispetto al 33% degli altri lavoratori. Si può dire che la stragrande maggioranza di loro non maturerà mai il diritto ad una pensione nel sistema contributivo anche lavorando in regola per 40 anni. Un discorso analogo si può fare per i parasubordinati, almeno quelli che in realtà sono lavoro dipendente. Abbiamo sottolineato questi aspetti perché riteniamo che per coloro che sono integralmente all’interno del sistema contributivo quello che ho evidenziato sia il problema principale. Per sintetizzare, si può dire che mentre noi discutiamo, anche accapigliandoci, sulle pensioni d’oro magari discettando se sono d’oro a partire dai 3.000 o dai 5.000 euro, in realtà sono state abolite, e da 20 anni, proprio le pensioni di latta, quelle di chi sta peggio. Sinteticamente evidenziamo alcuni aspetti politici. Per quanto riguarda i lavoratori rappresentati dal sindacato è prima di tutto un problema operaio (in senso lato) e femminile. Il problema nasce non con la “Fornero”, che lo ha solo aggravato, ma con la legge “Dini” cioè è connaturato al sistema contributivo così come è stato costruito. Nella piattaforma unitaria sulle pensioni non c’è traccia di proposta in merito, perché né la flessibilità né la previdenza integrativa danno la minima soluzione a questo problema. Non è scarso acume, ma consapevolezza che affrontare questo aspetto significa mettere in discussione la stessa legge “Dini”, che è stata fatta a seguito di un accordo fra il Governo e Confederazioni. L’integrazione al minimo della pensione è stata abolita e sostituita, per coloro che hanno cominciato a lavorare dopo l’1/1/1996, con l’assegno sociale che è finanziato con il fisco e slegato dai contributi versati. Il rischio è quello di una richiesta di massa di abolire il pagamento dei contributi per questa fascia di lavoratori visto che tanto non servono a nulla? E’ necessario affrontare il tema inserendo fra gli obiettivi della piattaforma pensionistica anche il ripristino dell’integrazione al minimo e l’abolizione della soglia da maturare come criterio per il diritto alla pensione. E’ chiaro che non è un obiettivo di poco conto perché si tratta di mettere in discussione uno dei pilastri del sistema contributivo. Quello che è sbagliato è nascondere il problema sotto il tappeto pensando forse di affrontarlo in un futuro indefinito quando sarà diventato tanto grande da essere molto più difficilmente risolvibile.

Gianni Paoletti

fonte: Progetto Lavoro

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: