La sofferenza sociale è un’epidemia

Le politiche sociali sono un investimento nel breve e nel lungo periodo, perché mitigano l’emersione del disagio ed evitano interventi riparatori difficili da gestire. E poi, non è vero che se aumenta l’equità, diminuisce l’efficienza economica. Una riflessione sulla necessità di difendere i sistemi di protezione sociale, oggi messi a dura prova dalla crisi economica e dalle politiche di austerity.

Federico Caffè, nel 1986, titolava una sua raccolta di saggi In difesa del welfare state. Sono passati quasi trent’anni e quello che più che un titolo sembra uno slogan o un qualcosa che si scrive in uno striscione durante una manifestazione, è più attuale che mai. E questo perché le politiche sociali hanno a che fare con ciò che ci coinvolge di più: il benessere e il fronteggiamento delle difficoltà della vita. Toccano corde importanti del nostro sentire, valori, giudizi, opinioni su cosa tutelare, chi aiutare, come farlo. Presuppongono a livello pubblico, scelte e decisioni basate sull’idea che si ha della giustizia, dell’uguaglianza, della libertà. Suscitano – hanno sempre suscitato – un ricco dibattito tra studiosi, politici, professionisti, sindacati, think tank, addetti ai lavori, imprese profit e nonprofit. Oggi il welfare italiano – ed europeo – soffre la crisi economica e sociale che viviamo ormai da quasi un decennio (un decennio!). L’epoca del trionfo del neoliberismo ha prodotto l’implosione finanziaria che tutti conosciamo che, a sua volta, ha generato le politiche di austerità. Tagli su tagli, quindi: la scommessa quasi totale sull’individuo, bussola di Tatcher e Reagan e dei loro epigoni, è stata tra le principali protagoniste della severa riduzione delle risorse per il sociale. La recente austerità si è inserita in questa scia,diminuendo lo spessore del portafoglio delle casse pubbliche. Portafoglio le cui monete, nel corso degli anni, non sempre sono state ben spese, e questo lo sappiamo benissimo proprio noi italiani. Ma oggi, come dice Claude Halmos, psicologa francese, la sofferenza sociale è diventata un’epidemia: nessuno ne è al riparo, tutti corrono un qualche rischio, tutti possono entrare in un ascensore che invece di salire ai piani alti, porta a quelli inferiori, fino ai sotterranei. È il fenomeno del discensore sociale. I problemi sono collettivi: disoccupazione, precarietà, stress lavorativo, povertà, incertezza generale; ma la risposta che spesso viene suggerita è individuale e non organizzata. Basta pensare all’aumento esponenziale dell’uso degli psicofarmaci (sul quale Ribalta tornerà) e alla facilità con cui i medici di medicina generale li prescrivono per le più diverse forme di ansia e depressione.

Il welfare della crisi

Oltretutto, proprio quando ce ne sarebbe più bisogno, le politiche sociali sono attaccate da diversi fronti, difficili da controbattere: quello ideologico-politico, dovuto alla predicazione del valore assoluto dell’individualità;quello economico-finanziario, fatto di tagli e austerity; quello più propriamente sociale, per cui la complessità del vivere comune è aumentata a ritmi forsennati e, con essa, sono cambiati i bisogni a cui le politiche devono rispondere; quello culturale, visto che il malfunzionamento di servizi e interventi che caratterizza, purtroppo, ampie fasce di azioni pubbliche per le persone, è immerso nella più generale sfiducia nella cosa pubblica, in tutto ciò che proviene dallo Stato o dal Comune, giudicato sempre più inadeguato, corrotto, clientelare. Crisi economica e sociale, quindi, e crisi del welfare, cui segue, inevitabile gioco di parole, il welfare della crisi. Con la coperta corta, gli amministratori locali italiani, cui spetta l’onere di predisporre i servizi e gli interventi sociali, si arrabattano alla ricerca di sponsor, convenzioni, contributi per finanziare centri di aggregazione per ragazzi, servizi per i più piccoli, assistenza agli anziani. Sovente aumentando la compartecipazione, cioè la quota che deve essere versata, a parziale copertura, da parte del destinatario dell’intervento. E troppo spesso dando un ruolo eccessivo all’ampio e variegato mondo del Terzo Settore, al cui interno convivono organizzazioni talmente diverse tra loro (dall’associazione di volontariato alla fondazione bancaria, dalla bocciofila alla residenza protetta per anziani) che parlare di un unico “settore”, come ha
recentemente sostenuto Alfedo Carlo Moro in un libro provocatorio e utile , è davvero fuorviante. È indubbio però il ruolo che stanno ricoprendo associazioni di volontariato e cooperative sociali nel sostenere il nostro welfare in crisi. Tuttavia, se da un lato questo tipo di enti garantisce flessibilità, vicinanza ai bisogni delle persone, capacità di captare nuove esigenze, dall’altro rischia di trasformarsi in parastato, cioè in qualcosa che non accompagna ma sostituisce il pubblico, in un gioco perverso in cui non sono certo assenti percorsi clientelari, casi di corruzione, cattivo trattamento lavorativo, precario e mal pagato. L’altra stampella su cui si reggono le politiche sociali italiane è la famiglia, o meglio quella che è stata chiamata la sussidiarietà passiva: il pubblico, al di là della retorica familista presente in ogni dove, in realtà se ne disinteressa, lasciando alla voce di bilancio “famiglia, maternità e infanzia” le briciole della spesa complessiva e alle famiglie italiane il compito di auto-sostenersi nelle situazioni più critiche (classicamente: presenza di figli piccoli, separazioni e divorzi, perdita del lavoro, anziani non autosufficienti di cui occuparsi).

Spesa per prestazioni di protezione sociale in Italia per funzione - Anni 2007-2013 - Composizioni percentuali – Fonte: Istat

Spesa per prestazioni di protezione sociale in Italia per funzione – Anni 2007-2013 – Composizioni percentuali – Fonte: Istat

E poi, quando le stampelle non bastano, si ricorre alla privatizzazione: quella ufficiale, per cui molti interventi sociali sono nelle mani di imprese vere e proprie, o quella indiretta, grazie alla quale, tramite voucher, buoni e simili, è il pubblico che finanzia aziende che poi fanno profitti (la Lombardiaè la Regione capofila di questo approccio).

Il welfare non è un costo, ma un investimento

Ce n’è abbastanza per ribadire lo slogan di Caffè: perché in un quadro così critico, va affermata e diffusa l’esigenza e la necessità di un welfare pubblico, che ha un ruolo insostituibile nel mondo di oggi, e oggi forse più di ieri. Le politiche sociali non devono essere considerate come un costo, ma come un investimento. Costituiscono un vero e proprio fattore produttivo, sia per migliorare il  funzionamento prettamente economico delle collettività, sia per garantirne la coesione. Con politiche sociali ben organizzate e adeguate, si accresce il capitale umano e sociale di una comunità; la propensione al rischio (per fare impresa) può aumentare, perché gli individui sanno di poter contare su una protezione; la marginalità e il disagio possono essere in parte prevenuti, anziché (quando va bene) affrontanti ex post, con politiche riparatorie, dispendiose e ad alto grado di difficoltà nel raggiungere gli obiettivi. Illuminante su questo Pierre Bourdieu, che nel 1999 scriveva:

“tutte le forze sociali critiche dovrebbero insistere affinché nei calcoli economici siano inseriti i costi sociali delle decisioni economiche che man mano vengono prese. Quanto [costeranno], nel lungo periodo, in termini di licenziamenti, sofferenze, malattie, suicidi, alcolismo, consumo di droga, violenza in famiglia, etc., tutte cose che hanno un costo elevatissimo sia in denaro che in sofferenza?”

Occorre ribaltare la prospettiva; sempre Bourdieu:

“anche se ciò può sembrare molto cinico, credo che sia necessariopuntare contro l’economia dominante le sue stesse armi e ricordare che, nella logica dell’interesse inteso nel senso giusto, la politica strettamente economica non è necessariamente fonte di risparmio – dal punto di vista della mancata sicurezza delle persone e dei beni, quindi della polizia, etc. Più precisamente, bisogna mettere radicalmente in discussione la visione economica che individualizza tutto, la produzione così come i profitti, e che dimentica che l’efficacia – di cui si fornisce una definizione ristretta e astratta, identificandola tacitamente con la redditività finanziaria – dipende evidentemente dagli obiettivi ai quali la si misura: redditività finanziaria per gli azionisti e gli investitori, come accade oggi, oppure soddisfazione dei clienti e degli utenti, oppure ancora, allargando il campo, soddisfazione e gradimento dei produttori, dei consumatori e, per successive approssimazioni, soddisfazione del maggior numero di persone”.

Oltretutto, sviluppare un welfare adeguato significa dare prova dipreoccuparsi dei cittadini, della cosa pubblica, del vivere comune e può costituire anche un antidoto all’antipolitica, perché riavvicina i decisori agli individui che quotidianamente devono affrontare le difficoltà della vita. E poi: non è vero che una società equa è meno efficiente economicamente. Sono tanti gli studi che smentiscono il trade off tra giustizia sociale e sviluppo economico. È ovvio che le politiche per il benessere e di contrasto alla sofferenza abbiano un impatto sulla fiscalità generale e sulle entrate e le uscite di ogni Stato. E che esse dipendano anche dalla disponibilità finanziaria del settore pubblico. Non a caso, nel Trentennio Glorioso, quello che va dal 1945 al 1975, periodo in cui il welfare state si è consolidato ed è cresciuto, si era in presenza di una fase espansiva delle economie occidentali, i cui benefici sono andati pesantemente anche alla costruzione di sistemi di protezione sociale. Tuttavia, ci sono politiche e interventi che debbono essere “slegati” dalla congiuntura economica: hanno a che fare con diritti non negoziabili, situazioni di marginalità alle quali si deve far fronte, problemi sociali la cui soluzione o, meglio ancora, la cui prevenzione giova alla collettività, al di là della spesa necessaria per contrastarli. Così scrive Gerhard Ritter, storico del welfare state: “lo stato sociale non è solo un fattore di costo e di appesantimento dell’economia e dello Stato, ma anche un contributo fondamentale alla produttività economica e alla stabilità politica, perché esso offre la pace sociale, fonda l’integrazione e la legittimazione di una società, limita i costi sociali per la ristrutturazione dell’economia, migliora la qualificazione professionale della forza lavoro e – se pensiamo, ad esempio, alla cura dei minori, degli invalidi e degli anziani, o all’assistenza sanitaria – costituisce esso stesso un importante settore dell’economia”. Non intervenire per risolvere le difficoltà degli individui genera costi nel breve periodo, in termini di emersione del disagio che può danneggiare la coesione e aumentare l’insicurezza sociale, e nel lungo periodo, in termini di prestazioni riparatorie spesso difficili e dispendiose. Il welfare è un investimento, perché proteggere le persone dalla sofferenza sociale significa vivere in un mondo più giusto e più sicuro.

fonte: ribalta.info

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