Modello di servizio Inps, una riorganizzazione calata dall’alto

Egidio Di Michele* –  Tra conferenze di dirigenti, slide pubblicate sul portale ufficiale, voci di corridoio e senza nessun confronto con le OO.SS., ha visto la luce a fine gennaio il nuovo modello di servizio dell’Inps che dovrebbe essere portato a compimento entro il 2018. Un cambiamento definito epocale che si dovrebbe fondare su cinque pilastri: un’offerta di servizi che punta a integrare segmenti d’utenza con bisogni omogenei, un nuovo modello organizzativo che dia centralità all’utenza (non è già cosi?), una nuova articolazione territoriale modulata in base alle caratteristiche e ai bisogni del territorio di riferimento, una più snella organizzazione interna e infine la reingegnerizzazione di processi e sistemi informativi. L’obiettivo di questa trasformazione sarebbe quello di erogare un servizio d’eccellenza, innovativo ed efficiente a cittadini, imprese e pubblica amministrazione, con una logica “ cliente – centrica” e basato su un “sistema aperto” che colloquia con il paese soprattutto attraverso canali telematici e d’intermediazione, e privilegia l’attività consulenziale. Bei concetti, sicuramente. Possono anche impressionare a una prima lettura, per l’ambizione del progetto e per i costanti richiami alla digitalizzazione, all’automazione e alla dematerializzazione nella costruzione del nuovo modello di servizio. Quando però si cerca di approfondire, i dubbi affiorano e gli interrogativi si moltiplicano, soprattutto a causa della mancanza d’interlocuzione già evidenziata. Tanto per capirci, una riorganizzazione che si prefigge di creare un nuovo modello professionale che sia coerente con l’evoluzione organizzativa programmata, che ipotizzi nuovi ambiti professionali, che aggreghi funzioni e conoscenze, che ridisegni figure professionali e ne individui delle nuove, può essere calata dall’alto senza coinvolgere il sindacato e soprattutto i lavoratori che di questi cambiamenti dovrebbero essere i protagonisti e i realizzatori? La risposta è, ovviamente, NO. Anche perché porteremmo nella discussione i bisogni e le necessità di formazione, qualificata e qualificante, l’esigenza di valorizzazione del personale, l’implementazione dello stesso visto che si sta riducendo in maniera progressiva e continua, la richiesta di chiarezza nell’individuazione degli obiettivi di tale progetto e la pretesa di un’assunzione di responsabilità da parte di una dirigenza latitante. Denunceremmo la mortificazione dei lavoratori che si sta realizzando attraverso il blocco dei contratti, lo stop immotivato ai percorsi di carriera e la pretesa di una contrattazione integrativa selettiva e non includente. Anzi abbiamo il dovere di farlo, imponendo un radicale cambiamento di rotta nell’idea di relazioni sindacali che i vertici dell’Istituto stanno portando avanti. E si può fare in un solo modo: ripartendo dal basso. Organizziamoci.
*FP CGIL Inps Napoli

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