La concorrenza nella scuola favorisce inefficienza e discriminazione

Attilio Trezzini* – Il neoliberismo è un fenomeno che si può definire una tecnologia del potere che vuole istituzionalizzare un consenso. Dalla fine degli anni 80 nei paesi occidentali si sono sviluppate le stesse regole istituzionali,tramite alcune trasformazioni: deregolamentazione del sistema finanziario;, deregolamentazione del mercato del lavoro, smantellamento dello stato sociale; si è ridotto l’ intervento dello stato, con ulteriore incremento della spesa pubblica per gli armamenti. Si è iniziato negli USA e con la Thatcher.
Il ruolo dello Stato in questo modello economico è minimo, perché l’homo oeconomicus raggiunge cinicamente I propri obiettivi. Nessun economista crede a questo modello di economia, però è quanto si insegna ai non economisti, o almeno ai non specialisti della materia. E’ in atto il controllo delle menti.
Il campo d’azione dello Stato sono i beni pubblici, e lo è anche la scuola, perché essa avrebbe il ruolo di esternare generalità negative;vale a dire l’educazione non è un bene che produce consumo, perché nessun consumatore sarebbe disposto a pagare senza profitto personale. Quindi anche i più liberisti lasciano la scuola allo Stato. In questa logica però scompare l’idea di bene comune, e rimane l’idea che è il mercato a generare efficienza produttiva. Per questo la scuola tende a stabilizzarsi sui due cardini della autonomia e della valutazione. È la logica liberista, perché l’autonomia mima il comportamento delle aziende private, in concorrenza con le altre aziende e cioè con le altre scuole, in concorrenza per soddisfare l’interesse di individui, non della collettività. Nell’ottica della valutazione i servizi formativi non formano cittadini consapevoli, ma sono investimento in capitale umano, in virtù di un profitto che va valutato con numeri.
Esistono altre vie alla rappresentazione liberista del mondo: la visione keynesiana, o gli economisti che si rifanno ai classici inglesi, propongono di considerare il mercato come istituzione umana. La scuola non sarebbe sottrazione di risorse, ma risorsa comune.
L’idea che la concorrenza sia forma di efficienza allocativa, è contrastata da diverse teorie dell’impresa che mostrano che questa idea sia infondata e dannosa. Nella scuola la concorrenza si applica a un consumo sociale favorendo la discriminazione, creando eccellenze che si oppongono alle non eccellenze, le nuove scuole dei poveri.

*docente di Economia politica UniRoma3

Sintesi dell’intervento al convegno ““L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, organizzato ad Enna sabato 12 marzo dall’area programmatica Democrazia e Lavoro in Flc-Cgil Sicilia

 

 

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