Ancora un’aggressione ai beni comuni e alle tasche di lavoratori e cittadini

Maeta Melelli* – In silenzio, si apre alla possibilità della gestione privata dei servizi idrici con un attacco in Commissione Ambiente alla Camera, dopo che nel 2011 i cittadini avevano escluso questa possibilità, con uno strumento democratico e partecipativo, il referendum. E sempre nel più assoluto silenzio da parte della maggior parte di stampa e media, si è chiamati a votare il 17 aprile per un altro referendum, sulla possibilità di protrarre le concessioni per l’estrazione di idrocarburi, entro le 12 miglia dalla costa italiana e senza limitazioni temporali (facendo raggiungere ad esaurimento le concessioni già avviate, e quindi non incidendo negativamente sui posti di lavoro attuali). Il silenzio è una deriva pericolosissima, che strizza l’occhio alle lobby private. E se non è il silenzio a farla a padrone, le uniche opinioni a cui viene dato strumentalmente risalto sono quelle che paventano il conflitto tra ambiente e lavoro, mentre chi ha l’onere di far circolare informazioni preme per l’astensionismo; non a caso non è stata fatta coincidere la giornata referendaria con le amministrative. Una contrapposizione erronea tra esigenze ambientali e lavorative, che spinge al ricatto occupazionale. Una conflittualità smentita dalle posizioni dell’ITUC e della stessa Cgil, che sostengono la necessità e la fattibilità di cambiare il modello di sviluppo ed energetico attuale, guardando all’economia sostenibile, al suo potenziale indotto e all’ambientalizzazione dei luoghi di lavoro. La strada maestra per un lavoro dignitoso, equo e sostenibile non può che essere nella giustizia climatica, contro, ricordiamolo, il rischio di cambiamenti del clima, guerre, pericoli per salute, dipendenza energetica. Chi vuol far credere che i cittadini non siano tenuti a scegliere sul futuro dell’ambiente perché “argomento complesso” (leggasi: scomodo) si scorda forse che il profitto nell’estrazione di gas e petrolio è solo ad appannaggio delle società che la operano nel settore delle fonti fossili, le quali possiedono il 90% (se in mare) o il 93% (se in terra) degli idrocarburi estratti nei nostri mari. E così il collegamento tra fabbisogno nazionale ed estrazione non sussiste. I cittadini e lavoratori non ne guadagnano ad avere piattaforme petrolifere o impianti di estrazione nelle coste. Anzi, il rischio è proprio compromettere altre attività economiche legate al turismo, pesca, agricoltura, facendo conseguentemente lievitare i costi sia per la salute che per la bonifica ambientale. Cambiare politica energetica e di sviluppo puntando sulle fonti rinnovabili farebbe crescere i posti di lavoro nell’industria (produzione, installazione e manutenzione), e diminuire sensibilmente le emissioni dannose per la salute e il territorio. Il 17 aprile saremo chiamati a rendere l’ambiente in cui viviamo e lavoriamo meno precario, votiamo Sì contro le future trivellazioni nei nostri mari.

*Direttivo Nazionale Cgil

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