Sul rapporto tra sindacato e politica/2

Danilo Cocco – riflessioni sull’intervento di Saverio Cipriano (leggi articolo)

La trasformazione della sinistra italiana degli ultimi anni, che Saverio Cipriano ha il timore di definire antropologica e che quindi ritiene di poter definire culturale, ha necessità di essere analizzata e dibattuta, perché è in questa trasformazione che ha origine la progressiva crisi del sindacato, ed è su questo sforzo di analisi che dobbiamo costruire, o ricostruire, un modello di relazioni con le controparti politiche. Noi tutti abbiamo coscienza che questa trasformazione viene da lontano: comincia con la caduta del muro di Berlino, con la fine della guerra fredda per il progressivo sgretolamento dell’Unione Sovietica, con la vittoria del modello capitalistico e la fine della contrapposizione tra i due blocchi Est-Ovest, che ha significato, tra le tante cose, la fine di un delicato sistema di equilibri (nel nostro paese come nel resto d’Europa) che erano alla base di quel sistema di diritti, tutele, welfare, previsti dalla Costituzione e mai pienamente realizzati. La fine di quel sistema di equilibri ha posto la sinistra italiana di fronte ad un bivio, è necessario dirlo con molta chiarezza: trasformarsi o morire. Probabilmente a me, in quegli anni, non era chiaro abbastanza cosa stesse succedendo, ma immagino che ai vertici della sinistra italiana dei primi anni novanta fosse chiaro quale sarebbe stata la trasformazione impressa dal capitalismo vittorioso allo sviluppo delle società. Bastava leggere i documenti sequestrati alla figlia di Gelli in aeroporto, il “Piano di Rinascita Democratica”, per averne una rappresentazione completa. La progressiva trasformazione del più grande partito della sinistra europea e le sue ripetute scissioni, culminate in quell’Ulivo prima (che, col senno di poi, non posso più definire un “progetto suicida”, ma una naturale evoluzione) e con la fusione di quel che restava del partito di sinistra con quell’ex pezzo di Democrazia Cristiana che rispondeva la nome di “La Margherita”, se rivissuta con calma e lucidità, segna una trasformazione proprio antropologica: la fine del partito che era nato per l’organizzazione politica della lotta di classe tra il capitale ed il lavoro. Cosa sia diventato quel partito è chiaro a tutti: la quintessenza del modo di pensare e di operare del capitale, senza più frontiere, freni, contrappesi ad intralciarne il passo; in Italia come nel resto d’Europa, come nel resto del mondo. Un modo di pensare che somiglia molto alla legge della jungla: l’uomo, non diversamente dal resto delle specie animali, è soggetto a leggi precise che ne regolano la selezione naturale. La differenza è che per le altre specie animali le leggi sono imposte dalla natura, per l’uomo dal Capitale. Questo è il senso del progressivo smantellamento dei sistemi di tutele, diritti e welfare nati dalle costituzioni antifasciste: le regole della sopravvivenza umana, nel mondo in cui la contrapposizione tra i due blocchi non esiste più, dovranno essere dettate unicamente dal capitale vittorioso. Per questo le costituzioni antifasciste sono diventate un intralcio, per questo è necessario restringere gli spazi di democrazia a disposizione dei cittadini, per questo è necessario frustrare l’uso di tutti gli strumenti di partecipazione democratica.

E il sindacato? Il sindacato, diversamente dai partiti, non nasce per l’organizzazione del conflitto tra classi nelle sedi del confronto, o dello scontro, politico. Il sindacato nasce per organizzare il conflitto con i datori di lavoro e le loro organizzazioni, la propaggine operativa e non politica dello scontro fra classi. Affermare che il sindacato sia stato in questi anni impermeabile a questa trasformazione antropologica (si, Saverio, è proprio una trasformazione antropologica) sarebbe falso. La prova di questa permeabilità la troviamo proprio nella progressiva inefficacia dell’azione sindacale, che non è riuscita a contrastare il disegno del capitale e, anche per questo, si è trovata nella condizione di perdere progressivamente la sua legittimazione, che nasce in basso, nelle classi che si dovrebbero organizzare per il conflitto, e non nel suo riconoscimento costituzionale. Pensare oggi a quale potrà essere il rapporto tra sindacato e politica è impresa ardua davvero: non c’è, nel panorama delle forze politiche di questo paese, una istanza che rappresenti anche i problemi del lavoro ed il conflitto tra classi con la coerenza e l’onestà (morale e intellettuale) necessari. L’esigenza, in questo stato di cose, non diventa contaminare tutti, ma essere in grado di stimolare la rinascita della partecipazione e della pratica democratica, a partire dai posti di lavoro. Ricordiamoci, compagni, che l’azione politica di Gramsci, in quella Torino degli anni 20, nasce prima di tutto sui posti di lavoro, per poi diventare una forza politica organizzata.

La necessità, oggi in Italia e in Europa, così come nell’Italia degli anni 20, è di ricostruire l’unità dei lavoratori e riavvicinarli alla discussione ed all’analisi dei problemi che li riguardano. Riportare i lavoratori dentro il sindacato, restituendogli la sua funzione ed eliminando la distanza accumulata in anni di inefficacia. Creare i canali e le strutture di comunicazione, di dialogo e di incontro che in questi anni si sono progressivamente atrofizzati fino quasi a sparire, annullando la partecipazione, allontanando i lavoratori, rendendo gli scioperi un fastidio mal sopportato per la stragrande maggioranza dei nostri concittadini. Un lavoro lungo e faticoso, ma l’unico che ci permetterà di riguadagnare stabilmente il terreno perso, e che permetterà ai germi di cui siamo portatori di propagarsi e diventare legittimazione e disegno politico.

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