Gli operai e la Brexit

“Sono orgoglioso del sindacato”, comincia così la sua conferenza il giovane britannico Owen Jones, davanti al gruppo dirigente di Comisiones Obreras, riunito lo scorso 11 luglio presso la chiesa di Sant Medir, a Barcellona, per festeggiare il quarantesimo anniversario della sua fondazione. Orgoglioso della sua famiglia coinvolta nelle lotte sindacali, perché “la classe operaia inglese, come quella spagnola e catalana, è stata sotto attacco”, “Il sindacato è il più grande movimento democratico che esista sulla faccia della terra”, afferma lo scrittore poco più che trentenne, capelli biondo castano, occhi celesti, camicia a righe sgualcita sui jeans, mentre attraversa in lungo e largo il palco del piccolo teatro. Nato a Sheffield nel 1984, storico di formazione, ricercatore e quindi sindacalista, Jones si fece conoscere dal grande pubblico nel 2011, con la pubblicazione del suo libro Chaws: The Demonization of the Working Class (Chaws: La demonizzazione della classe operaia). Oggi è un giornalista e personaggio influente nella sinistra politica britannica. Ha fatto la campagna nel Partito Laborista per Jeremy Corbyn e, nel referendum britannico, si è schierato contro ilBrexit. “Rispetto al referendum britannico, la retorica è stata terrificante, si sono rappresentati gli immigrati e i rifugiati come criminali” e come parassiti della sicurezza sociale e questo, dice, ha avuto terribili conseguenze. Che si vedono oggi nella crescita della xenofobia in Europa, da Le Pen, a Farage, fino alle elezioni per la presidenza austriaca. Il sindacato britannico ha raccomandato di votare per rimanere nell’Unione Europea, “c’è stata una grande divisione tra la classe media e la classe lavoratrice, la classe media ha votato per rimanere nella Ue, la classe lavoratrice per uscirne”, per le questioni legate all’immigrazione e poi perché la campagna ufficiale dell’establishment per il remain era tutta centrata sulla minaccia di grandi disastri economici che si sarebbero avuti con il brexit. “L’altra grande divisione è stata tra giovani e vecchi, ben il 75% dei giovani ha votato per rimanere nella Ue”. Cameron ha promosso il referendum per problemi interni al suo partito e questo ha reso più difficile l’adesione della sinistra alle sue posizioni. Tuttavia, “la maggioranza del Labour Party ha votato per rimanere, la maggioranza dei conservatori per andarsene dalla Ue”. C’è una differente considerazione  dei redditi dei lavoratori rispetto agli investimenti finanziari delle imprese: “quando i salari dei lavoratori crescono, l’economia va bene perché i lavoratori spendono, pagano le imposte e lo Stato paga per la sicurezza sociale: in questo senso, quello che è buono per i lavoratori è buono per l’economia. Le banche invece privatizzano i profitti e nazionalizzano il debito”. Ma ci sono anche movimenti che si oppongono al neoliberismo, “come gli indignati spagnoli, da cui sono venute le esperienze (delle due sindache di Barcellona e Madrid) di Colau e Carmena”. Bisogna battersi contro la rassegnazione, perché “il cambio non è facile”.

A conclusione della conferenza, gli facciamo alcune domande.

Qualche anno fa lei parlava di demonizzazione della classe lavoratrice da parte della elite politica e dei mezzi d’informazione, come ha inciso la crisi economica su questo stereotipo negativo?

Penso che la destra populista xenofoba abbia cercato di sfruttare l’idea di una classe lavoratrice troppo estesa, troppo a buon mercato e che la stessa sinistra, messa in difficoltà, abbia finito col sostenere implicitamente questa narrazione. Ciò è risultato molto pericoloso, perché nel referendum britannico la classe lavoratrice ha votato per andare via dall’Unione Europea con il prevalere di una campagna diffamatoria che non lasciava spazio per il resto. Io ho parlato di demonizzazione in crescendo della sicurezza sociale che ha favorito politiche di attacco contro il welfare State che poi si sono tradotte in un attacco ai suoi beneficiari, come nel caso del sussidio di disoccupazione. Entrambi gli attacchi hanno sostenuto questo clima.

Può il sindacato essere leader per la classe lavoratrice nel processo di globalizzazione?

Penso che il sindacato dovrebbe coordinarsi in maniera molto più efficace a livello trasnazionale, attualmente il coordinamento è troppo limitato. Il capitalismo è globalizzato, i problemi superano le frontiere, ma i sindacati sono ancora molto ancorati alle realtà nazionali.

Sempre di più i popoli vogliono decidere sul proprio futuro, cosa pensa dello strumento referendum in questo senso?

Il referendum in Gran Bretagna è stato un elemento di divisione, ma è corretto l’uso del referendum sulle grandi questioni costituzionali, come l’indipendenza o la Ue. Non condivido invece il modello vigente in Svizzera, dove votano su tutto, perché finisce con l’essere demagogico. Bisogna fare attenzione, perché molti regimi autoritari hanno utilizzato strumenti di democrazia plebiscitaria per affermarsi e/o consolidarsi. È preferibile usare strumenti di democrazia partecipativa, come era anche emerso nelle esperienze di bilancio partecipativo di Puerto Alegre. Io sostengo la necessità di processi partecipativi anche sulle questioni economiche e la presenza dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle imprese.

È  possibile riformare questa Unione Europea?

Credo di sì, la crisi economica ha cambiato l’attitudine delle popolazioni nei confronti dell’Unione Europea, non è facile, dobbiamo costruire un grande movimento in Europa per questo. Non è facile, ma nessun cambiamento lo è.

fonte: lostraniero.ne

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