Il populismo come sintomo. Lottare per un popolo che manca

Non sono in molti a definirsi esplicitamente «populisti». Nel complesso, il termine populismo viene oggi utilizzato come uno stigma, per indicare le caratteristiche generali (e invero assai generiche) di fenomeni politici considerati «patologici». È questo il senso, in particolare, delle ricorrenti chiamate alla mobilitazione contro il «populismo» da parte dei vertici delle istituzioni europee negli ultimi mesi. Continuamente invocato per mettere in guardia ora dal «pericolo» rappresentato dall’azione di nuove forze di sinistra in Grecia o in Spagna, ora da «euroscettici» come Boris Johnson e Beppe Grillo, ora dalla crescita di vecchie e nuove destre radicali, il termine populismo ha giocato un ruolo fondamentale nel definire e nel presidiare i confini della «retta via» liberaldemocratica. Tutto questo è avvenuto, tuttavia, mentre procedeva con ritmo incalzante il radicale svuotamento di significato politico di questa «retta via», del «centro» del processo politico europeo: l’irrigidimento del management della crisi economica, all’insegna dei dogmi dell’austerity e del rigore finanziario, l’accentuazione dei caratteri oligarchici e tecnocratici della «governabilità» posta come valore supremo, l’incapacità di rispondere in modo innovativo alla «crisi dei confini» hanno determinato un ulteriore distacco della cittadinanza dalle istituzioni europee – ponendone chiaramente in discussione la legittimità. Il «populismo», conseguentemente, appare oggi come un sintomo di questo distacco e di questa crisi di legittimità.

In prima battuta, dunque, non si può ignorare il «populismo», né lo si può semplicemente considerare «di destra». Proprio l’uso che ne è stato fatto in modo insistente all’interno del discorso pubblico mainstream in Europa, a copertura di quell’«estremismo di centro» che ha rappresentato in questi anni la formula costituzionale prevalente tanto a livello dell’Unione quanto a livello dei singoli Stati membri, ha trasformato il termine populismo in un collettore di energie politiche in cui si esprime un rifiuto dello status quo che non può non interpellarci. Anche indipendentemente da ogni giudizio sulle matrici teoriche a cui si ispirano (essenzialmente l’opera di Ernesto Laclau), le forze che in Spagna e in altri Paesi europei si aggregano attorno alla rivendicazione di un «populismo di sinistra» puntano precisamente a interpretare questo rifiuto.

Colgono cioè nella diffusione del «populismo» il segno di una crisi generale di sistema, di una transizione in atto in cui è urgente intervenire, producendo un’innovazione profonda e una rottura con il linguaggio e con la cultura politica della «sinistra» storica. Resta tuttavia da dimostrare che il «populismo», oltre a essere sintomo e segno di una crisi, possa offrire una grammatica e un alfabeto politico all’altezza delle esigenze di innovazione su cui giustamente si insiste. Proprio le ultime elezioni spagnole, in questo senso, offrono materia di riflessione: l’insistenza sulla «patria», ritenuta un «significante vuoto» da riempire di nuovi significati politici, ha finito per collegarsi nel discorso di Podemos ad altre parole, «ordine e legalità», che l’hanno restituita a un immaginario politico decisamente poco innovativo (ed elettoralmente meno efficace di quel che si pensava).

Più in generale, in ogni caso, una volta stabilita la natura sintomatica del populismo non si può evitare di constatare che le sue manifestazioni politiche sono oggi in Europa in grande maggioranza radicalmente di destra – ovvero, del tutto concretamente, caratterizzate da un riferimento al «popolo» che non di rado attinge ai ricchi archivi storici del razzismo europeo, si oppone violentemente ai migranti e sublima ogni linea di frattura di classe nell’immaginazione di un’omogenea comunità nazionale. Gli esempi sono troppo numerosi perché sia necessario menzionarli: più importante è insistere sul fatto, risultato evidente in particolare nel referendum sulla Brexit in Gran Bretagna, che dietro al «populismo» si manifesta con forza una rivendicazione di sovranità (Take back control of our borders è stato uno degli slogan ricorrenti della campagna per il leave) che è immediatamente una richiesta di rafforzamento dello Stato nazionale. Questo nesso tra popolo, sovranità e Stato, di per sé centrale in buona parte del pensiero politico e costituzionale europeo, si carica di valenze violentemente esclusive e disciplinari nella transizione e nella crisi che stiamo vivendo. Ed emerge come razionalità politica e governamentale dei «populismi» europei nelle loro manifestazioni dominanti.

Proprio gli sviluppi successivi al referendum britannico, d’altro canto, mostrano chiaramente che il recupero della «sovranità nazionale» è soltanto un’illusione: e che si tratta semmai di negoziare nuovamente l’inserimento della Gran Bretagna (la cui stessa unità è messa in discussione dalla Scozia e in forme diverse dall’Irlanda del Nord) all’interno dei processi globali – e delle stesse regole europee. Quella che certo non sarà interrotta è la continuità di un neoliberalismo che la stessa Gran Bretagna (negli anni di Blair non meno che negli anni di Thatcher) ha contribuito in modo decisivo a diffondere nel continente europeo. La vittoria del leave al referendum allude così all’emergere di nuove combinazioni di nazionalismo e neoliberalismo come asse centrale attorno a cui minaccia di svolgersi la disintegrazione dell’Unione Europea. È difficile pensare a uno scenario peggiore per chi si batte in questa parte del mondo per la libertà e l’uguaglianza (e forme specifiche di fascismo «postmoderno» sono sicuramente possibili in questo scenario).

Ed è altrettanto difficile pensare che all’interno dei confini nazionali si possa lottare efficacemente contro di esso. Il «populismo», quando si presenta in forme affermative (quando assume cioè un popolo realmente esistente e già costituito come suo soggetto), finisce sempre per rivendicare quei confini. Assumere il «populismo» come sintomo e battersi senza tregua contro le sue manifestazioni dominanti in Europa significa in fondo riferirsi a un «popolo che manca» e lavorare per l’invenzione di nuove forme di soggettività e azione politica, che sappiano muoversi e articolarsi su una molteplicità di scale territoriali per investire direttamente lo spazio europeo.

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