La valutazione educativa al posto della webcam al nido d’infanzia

Gli episodi di violenza ai bambini nelle diverse forme come quelle praticate anche in alcuni servizi educativi, come il nido d’infanzia del quartiere Bicocca a Milano, salgono alla cronaca e riempiono le testate dei giornali,dei blog e arrivano come un pugno chiuso nello stomaco di ognuno di noi; arrivano e vengono percepiti alla pari di qualsiasi atto di violenza a cui si assiste in una piazza qualsiasi della Siria, dell’Afganistan o di altri luoghi attraversati da guerre e catastrofi.

Solo che in questo caso i luoghi in cui si praticano queste violenze sono luoghi situati in contesti pacifici, considerati affidabili, e pertanto percepiti al di sopra di ogni sospetto appunto, luoghi ai quali i genitori affidano le persone più preziose: i bambini piccolissimi, incapaci di esprimere il proprio dissenso, impossibilitati a difendersi in una fase peraltro della loro crescita in cui stanno strutturando, attraverso la relazione con gli adulti, i coetanei ed il contesto, i fondamentali cui quali costruire i propri riferimenti simbolici, emotivi, cognitivi.
Con la stessa violenza con cui percepisco l’informazione che viene data e che mi lascia attonita e ferita, avendo lavorato come molte di noi che aderiscono al Gruppo nazionale nidi infanzia, con altrettanto malessere e profondo disagio constato che quasi sempre dietro la vicenda di cronaca che viene presentata attraverso i media, con un automatismo inopportuno, parte la richiesta di controllo serrato su questi servizi attraverso l’installazione di webcam che possano intercettare i gesti di violenza perpetrati sui bambini.
Già in una precedente occasione ho espresso la mia ferma opposizione a questo genere di soluzioni che non porterebbero altro che a minare il sentimento di fiducia che genitori e personale devono nutrire gli uni verso gli altri, sentimento costruito su un preciso patto educativo che va reso esplicito e monitorato sempre.

Uno dei requisiti fondamentali su cui si fonda il patto educativo tra il servizio e le famiglie che vi ricorrono per l’accompagnamento alla crescita dei propri figli, è la fiducia reciproca che ovviamente non è data in natura, ma va conquistata attraverso la constatazione che il luogo in cui i bambini vengono affidati, corrisponde davvero a quanto viene dichiarato dall’ente gestore (Comune o altro soggetto privato a cui è stato concessa la gestione del servizio in convenzione o in appalto), ivi compreso la garanzia che le condizioni succitate siano effettivamente possedute in toto.
Va ricordato che la fiducia è soprattutto un sentimento che ha a che fare con la parte istintiva di ciascuno di noi, mutuata dal pensiero e soprattutto nutrita dal progredire della relazione: è sperimentando la relazione e facendola evolvere che la fiducia può essere confermata o smentita.

Ho la sensazione che quello che manca nei servizi che scivolano verso queste inconcepibili situazioni è l’assenza di una gestione comunitaria del servizio educativo.
Il controllo, che non va biasimato né tantomeno condannato, è al contrario un punto fondamentale e dirimente di tutti i servizi rivolti alla persona, tanto più quando essa è fragile e non può o riesce a difendersi. Ma questo controllo non deve essere praticato con la telecamera, che è un modo molto rapido di risolvere il problema e non evita di certo l’atteggiamento increscioso di chi pratica violenza, poiché nel momento in cui lo rileva, il gesto è già compiuto.
Si potrebbe argomentare che è proprio in virtù della presenza della telecamera che l’educatrice o l’insegnante, tendenzialmente violenta verrebbe indotta a desistere in quanto consapevole di essere controllata.
Credo invece che ciò su cui occorre fare leva è una cultura della valutazione permanente del lavoro di cura che si esprime a più livelli e che non può che contemplare alcuni fondamentali che ricordo come indispensabili per la qualità minima dei servizi educativi, ossia:

  • Il personale deve essere dotato di titolo di studio adeguato e di una formazione permanente utile a mantenere attiva la consapevolezza del ruolo che gli compete e della responsabilità legata all’esercizio dell’attività svolta, sia propria che quella del collega; l’èquipe educativa deve essere composta da persone che non hanno interessi economici diretti nella gestione del servizio e pertanto colui o colei che offrono il servizio non possono essere contemporaneamente educatori o coordinatori; se ciò accade il controllo dell’ente locale sul cui territorio vengono attivati i servizi deve essere ferreo;
  • ogni educatore o collaboratore impiegato nel servizio sia obbligato a esplicitare lo stile educativo, condividendo con il gruppo di lavoro gli interventi e aderendo ad un progetto pedagogico elaborato e dichiarato dallo stesso personale del servizio che ne fa oggetto di dialogo anche con i genitori dei bambini;ogni servizio deve essere dotato di un coordinatore pedagogico in grado di monitorare l’attività del personale, la sua adeguatezza in rapporto a quanto stabilito nel progetto pedagogico, esercitando tale monitoraggio, attraverso periodici incontri con il personale del servizio, oltre a contemplare visite periodiche e costanti presso i servizi senza preavviso;
  • sia garantita la compresenza del personale sui turni di lavoro evitando che una educatrice rimanga da sola con bambini: questo è un aspetto importante a garanzia di un implicito controllo che il personale è in grado di esercitare in self;
  • il progetto pedagogico del servizio, e dunque le prestazioni del personale in esso operante, deve essere oggetto di valutazione per verificare lo scarto tra intenzioni dichiarate ed obiettivi educativi effettivamente raggiunti, ivi compreso la modalità e lo stile relazionale che il personale deve assumere con i bambini e con i genitori, e che deve essere caratterizzato da modalità non invasive, giudicanti né tanto meno prevaricanti. Questa valutazione non può essere realizzata solo in self, solo cioè solo dall’équipe educativa del servizio in collaborazione con il proprio coordinatore e pedagogico, ma devono essere previste forme di etero valutazione, cioè occasioni in cui il servizio risponde a valutatori esterni opportunamente individuati dall’ente locale del proprio operato.

Alla logica del controllo basato sul pregiudizio e sulla presunta sfiducia che la telecamera induce a determinare, ritengo sia indispensabile sostituire la pratica della valutazione pedagogica che chiama in causa più attori e li induce a compiere ciascuno il proprio ruolo:

  • l’ente locale ossia il Comune che non può sentirsi meno esposto nella responsabilità che gli compete per il semplice fatto di aver dato in gestione convenzionata o in appalto un servizio o per averne concesso l’autorizzazione al funzionamento; l’ente locale, laddove non gestisce direttamente il servizio, deve però assumersi l’onere della governance che richiama in prima battuta la necessità di garantire un controllo sulla qualità e sugli standard adempiendo alla normativa che li prevede e che è di emanazione regionale;
  • l’équipe educativa che è composta dal personale educativo, ausiliario ivi compreso il coordinatore pedagogico: ciascuna di queste figure ha un compito preciso che deve essere esplicitato nella carta del servizio e nello statuto;
  • il soggetto gestore privato che deve possedere tutti i requisiti previsti dalla norma non solo all’atto dell’apertura del servizio, ma anche in corso di gestione, pena la chiusura stessa;
  • le famiglie utenti del servizio che hanno l’obbligo di esigere la presa visione della periodica valutazione dell’operato del personale del servizio anche utilizzando occasioni di incontro come colloqui individuali o assemblee di sezione o di plesso.

Il concorso di più fattori come quelli che ho enunciato costano di più in termini di impegno e richiedono una esplicita scelta di campo, anche di natura politica, e forse sono meno onerosi sotto il profilo finanziario in rapporto cioè all’istallazione di una telecamera in tutti i servizi presenti in un Comune ad es. come Milano, ma sono di gran lunga molto più efficaci perché concorrono a costruire un clima partecipativo e non accusatorio nei luoghi e nelle sedi in cui affidano il loro bambini.
E questo come premessa pedagogica mi pare un messaggio migliore che si può dare ai bambini perché il processo di autoformazione può avvenire solo se attraverso l’educazione si riesce a favorire, nell’altro ed in sé stessi, lo sviluppo di quelle disposizioni in grado di facilitare tale processo e non di bloccarlo sotto la spinta della sfiducia reciproca.

Sandra Benedetti
 
fonte: grupponidiinfanzia.it
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