Il Piano del Governo su industria 4.0: esiste solo l’impresa, come sempre.

Matteo Gaddi – Nei giorni scorsi il Governo italiano ha presentato il Piano Nazionale di Industria 4.0.

Per Industria 4.0 intendiamo una organizzazione dei processi produttivi basata sulla tecnologia (in particolare di Internet) e su dispositivi (sensori, chip ecc.) che comunicano autonomamente gli uni con gli altri lungo l’intera catena del valore. Questi dispositivi – grazie alla connettività – sono incorporati sia negli elementi del processo produttivo (macchine, robot, nastri trasportatori, logistica, tra uno stabilimento e l’altro) sia negli stessi prodotti finali. Nella definizione fornita dal Parlamento Europeo, il modello della “smart factory” (fabbrica intelligente) è caratterizzato da un sistema di monitoraggio dei processi produttivi (fisici) attraverso computer e tecnologie ICT; con strumenti di virtualizzazione in esso è possibile creare una copia del mondo fisico e rendere decentrate le decisioni sulla base del principio della auto-organizzazione.

L’impatto di questa trasformazione si annuncia assai significativo: non a caso vengono utilizzati termini quali “quarta rivoluzione industriale” (caratterizzata dalla connessione tra sistemi fisici e digitali, analisi complesse attraverso Big Data, adattamenti real time; il tutto grazie all’utilizzo di macchine intelligenti, interconnesse e collegate a internet) o “disruptive technologies” a indicare il carattere dirompente/distruttivo di queste nuove applicazioni tecnologiche.

Altri Paesi europei, come Germania e Francia, hanno già definito le proprie strategie su questo tema con i piani, rispettivamente, “Industrie 4.0” (impegno pubblico 1 miliardo di euro) e “Industrie du futur” (impegno pubblico 10 miliardi di euro). Ma anche altri Paesi europei come Regno Unito, Svezia, Olanda, Danimarca, sia attraverso i loro Governi, sia attraverso Agenzie pubbliche o semi-pubbliche, hanno definito programmi di trasformazione dell’industria nel senso sopra descritto.

Il Piano del Governo italiano, annunciato più volte da almeno un anno a questa parte, è stato preceduto da una Indagine Conoscitiva condotta dalla Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati le cui conclusioni esprimono alcune proposte per una strategia digitale italiana: 1) la definizione di una governance attraverso una cabina di regia governativa; 2) la realizzazione di infrastrutture abilitanti (banda ultralarga, reti wireless e 5G, reti elettriche intelligenti, digital innovation hub e cluster territoriali, pubblica amministrazione digitale e open data); 3) formazione per competenze digitali; 4) ricerca; 5) open innovation e standard aperti.

Alcuni di questi contenuti, come vedremo, sono stati ripresi dal Piano del Governo.

Le tecnologie abilitanti rispetto alle quali il Governo si propone di intervenire sono raggruppabili in otto aree: i robot collaborativi interconnessi e rapidamente programmabili (Advanced Manufacturing Solutions); le stampanti in 3D connesse a software di sviluppo digitali (Additive Manufacturing); la realtà aumentata a supporto dei processi produttivi (Augmented Reality); la simulazione tra macchine interconnesse per ottimizzare i processi (Simulation); l’integrazione delle informazioni lungo la catena del valore dal fornitore al consumatore (Horizontal/Vertical Integration); la comunicazione multidirezionale tra processi produttivi e prodotti (Industrial Internet); la gestione di elevate quantità di dati su sistemi aperti (Cloud); la cybersecurity; l’analisi di un’ampia base dati per ottimizzare prodotti a processi produttivi (Big data).

Cosa prevede il piano del governo.

Innanzitutto gli obiettivi: sono tutti piegati sul versante dell’impresa.

Una maggiore flessibilità consentirebbe di produrre piccoli lotti ai costi della grande scala; il miglioramento della velocità di passare dal prototipo alla produzione in serie attraverso tecnologie innovative; una maggiore produttività verrebbe conseguita attraverso minori tempi di set-up, riduzione degli errori e delle fermate delle macchine; la migliore qualità sarebbe garantita da sensori in grado di monitorare la produzione in tempo reale. Il tutto, ovviamente, in ossequio all’imperativo della competitività, da conseguire grazie alle maggiori funzionalità derivanti da internet.

Le misure concrete prevedono un impegno molto significativo di risorse pubbliche a favore delle imprese.

Per quanto concerne gli investimenti innovativi, per attivare un effetto leva in grado di mobilitare 24 miliardi di investimenti privati, il Governo si impegna a mettere a disposizione 13 miliardi dal 2017 al 2020 per pagare gli iperammortamenti e i superammortamenti sugli investimenti tecnologici, i beni strumentali, il Fondo Rotativo Imprese, il credito d’imposta sulla ricerca privata, il rafforzamento della finanza a supporto di industria 4.0.

Mentre i 24 miliardi di investimento dell’industria privata sono del tutto teorici, i 13 miliardi pubblici sono molto più concreti: per fare un esempio, grazie all’iperammortamento, una azienda che investa in beni ascrivibili a industria 4.0 otterrebbe una riduzione delle tasse enorme, passando dagli attuali 96mila euro di sconto fiscale in 5 anni a ben 360mila, con un aumento del vantaggio fiscale del 275%.

Nel caso di credito d’imposta i vantaggi per le imprese aumentano del 300%, fino a 500mila euro. A tutto questo si aggiungono ulteriori detrazioni fiscali che passano dal 19 al 30% (quindi per un investimento in start up innovative di 1 milione di euro, 300mila andrebbero in detrazione fiscale).

Per quanto concerne le competenze (piano nazionale scuola digitale, alternanza scuola-lavoro su percorsi industria 4.0, corsi universitari e dottorati di ricerca, potenziamento cluster tecnologici, competence center ecc.) l’impegno pubblico ammonta a 700 milioni di euro, contro i 200 del privato.

Infine, sulle principali iniziative di accompagnamento, l’impegno pubblico prevede circa 10 miliardi di euro in 4 anni, a fronte di possibili investimenti privati di 32; ma è bene vedere di cosa si tratta.

Una parte cospicua è dedicata alla realizzazione della banda ultralarga (per coprire il 100% delle aziende con collegamenti a 30 Mbps e almeno il 50% delle stesse a 100 Mbps entro il 2020), il cui investimento sarà per oltre la metà (6,7 miliardi) a carico dello Stato; mentre un’altra voce rilevante è la conferma e il rifinanziamento del Fondo Centrale di garanzia (una forma di intervento pubblico di garanzia sul credito alle PMI italiane). A questi si aggiungono un capitolo sul Made in Italy (investimento sulle catene digitali di vendita e supporto alle PMI); Contratti di Sviluppo (finanziamenti personalizzati alle imprese) e – dulcis in fundo – il capitolo sullo “Scambio salari-produttività”, cioè il finanziamento, con 1,3 miliardi, della contrattazione aziendale che lega gli incrementi salariali all’andamento della produttività.

Insomma, il segno di classe di queste misure è evidente: miliardi di euro elargiti alle imprese sotto le più svariate forme, nessuna fissazione di obiettivi occupazionali/sociali né tanto meno industriali.

I punti di debolezza di questo Piano.

Innanzitutto dal punto di vista infrastrutturale si sta manifestando una delle principali criticità. La realizzazione della banda ultralarga (una infrastruttura fondamentale per poter anche solo parlare di industria 4.0) è in grande ritardo. Non solo: Telecom e Fastweb hanno presentato ricorsi al TAR per contestare il bando di Infratel relativo alla realizzazione della fibra in Abruzzo, Molise, Emilia, Lombardia, Toscana e Veneto (si tratta dei bandi per la realizzazione della fibra nelle cosiddette “aree bianche”, quelle cioè pagate dal pubblico in quanto non appetibili per gli investimenti privati). I tempi, quindi, possono slittare ancora, senza tener conto del fatto che non ci sono garanzie che i 6 miliardi di investimenti privati (nelle aree di mercato) vengano effettivamente realizzati.

Secondo aspetto di debolezza. Le risorse pubbliche dovrebbero attivare investimenti privati per l’acquisto – da parte delle imprese – di beni e tecnologie legati alla trasformazione 4.0. Tuttavia non è chiaro dove questi investimenti andranno a generare produzione e occupazione: in Italia o all’estero?

Cioè, chi produrrà sensori, devices, robot, hardware e software e così via? Saranno stabilimenti italiani o esteri (determinando così, oltre che un aumento delle importazioni, anche effetti occupazionali in altri Paesi anziché in Italia?). Valga per tutti l’esempio del solare, con gli incentivi pubblici che finirono per sostenere le produzioni industriali di Germania e Cina.

Il Piano, inoltre, accenna appena ad una cronica debolezza del sistema industriale italiano: ossia l’assoluta predominanza di piccole e piccolissime imprese, spesso facenti parte, come singoli segmenti produttivi, di filiere industriali più complesse la cui “testa” spesso si trova altrove, segnatamente in Germania. Il rischio, quindi, è che questo intervento si risolva in una digitalizzazione di catene di produzione i cui capofila sono le imprese tedesche, la cui capacità di comando sull’intera supply-chain uscirebbe rafforzata.

Infine il Piano, per sua stessa ammissione, assume un approccio alle politiche industriali di tipo “orizzontale” sottolineando il fatto di voler evitare l’approccio “verticale”. Mentre quest’ultimo è quello che interviene sui settori (con programmazione e obiettivi riferiti ai vari settori industriali di un sistema economico) con la previsione anche di concreti strumenti pubblici, il secondo è un modello tipicamente liberista finalizzato alla creazione di condizioni utili all’attrazione di investimenti e al dispiegarsi delle strategie delle imprese, rigorosamente di tipo strettamente privato. Vanno in questo senso gli interventi di sgravi fiscali, formazione, ricerca ecc. In questa visione lo Stato si limita a creare le condizioni più favorevoli (con soldi pubblici) per le imprese senza mettere parola sulle finalità e gli obiettivi dell’industria; le imprese decidono in piena autonomia cosa fare e come.

Il grande assente: il lavoro.

Nel Piano manca qualsiasi riferimento al lavoro, se non nei termini di interventi di formazione e qualificazione delle competenze.

Se può apparire anche comprensibile una certa prudenza nello stimare l’impatto sui livelli occupazionali (visto che, ad oggi, esistono stime assai contrastanti fra loro), lo è molto meno l’assoluto silenzio sugli altri temi inerenti il lavoro.

Ad esempio: al di là delle stime numeriche, nel mercato del lavoro potrà determinarsi la creazione di nuovo lavoro (nuovi settori, nuovi prodotti, nuovi servizi) e contemporaneamente la distruzione di posti di lavoro (a causa di automazione, robot ecc.). Quantomeno, una stima a livello di singole aziende o di settore appare fattibile. O ancora: come cambierà lo status dei lavoratori (nuove e più flessibili forme di lavoro; dicotomia lavoro subordinato/lavoro autonomo) e le condizioni di lavoro (orario, sicurezza ecc.).

Come si adegueranno al nuovo paradigma le varie industrie o i diversi territori; quali competenze saranno richieste; come cambieranno contenuti e processi di lavoro, come avverrà la performance lavorativa e il suo monitoraggio da parte dell’impresa?

Sono tutti interrogativi che il Piano del Governo nemmeno sfiora. Ancora una volta l’unico punto di vista è quello dell’impresa.

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