Il rinnovo del contratto del pubblico impiego

di Adriano Sgrò e Matteo Gaddi – Stando alle dichiarazioni di esponenti del Governo profuse a mezzo stampa, sembrerebbe prossimo l’avvio della contrattazione per il rinnovo del contratto del pubblico impiego. Sarebbe davvero positivo se ciò avvenisse, in ragione del fatto che i contratti per i circa tre milioni di lavoratori del settore sono fermi oramai da ottantadue mesi.
Le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl, Uil hanno deciso quindi di avviare una consultazione tra i lavoratori; in tal senso auspichiamo che il negoziato si sviluppi anche in considerazione della necessità di una profonda modifica delle leggi sul lavoro pubblico, con particolare riferimento al decreto 165 (il testo unico sul pubblico impiego), ripristinando reali relazioni sindacali e riconoscendo un ruolo forte alla contrattazione a partire dai temi dell’organizzazione del lavoro e delle professionalità.
Rispetto alle prime bozze delle piattaforme già circolate tra i gruppi dirigenti, riteniamo che sul piano delle rivendicazioni economiche occorra una nuova formulazione delle richieste: infatti l’attuale modalità di calcolo delle risorse non tiene conto di quanto perso dalle lavoratrici e dai lavoratori in termini di perdita del potere d’acquisto in questi sette anni di vacanza contrattuale. Pur comprendendo la strategia “classica” della presentazione delle proposte sindacali, occorrerebbe fare chiarezza rispetto ai quantitativi economici entro cui bisogna sviluppare il confronto.
1. Il riferimento all’andamento dei negoziati dei comparti privati non può essere un termine di comparazione poiché il blocco della contrattazione nel pubblico è pari a 7 anni: questo ha determinato una perdita complessiva (calcolata con l’indice Ipca fino al 31.12.2015), pari a circa il 10,2 %. Inoltre, gli anni che hanno contribuito maggiormente a questa perdita sono quelli più lontani, e compresi nel triennio 2010/12.
2. Si insiste che il recupero delle risorse è “da ripartire tra i due livelli di contrattazione”, mentre finora il compito di difendere il potere d’acquisto dall’inflazione era affidato al solo livello “tabellare” del contratto nazionale. Questa sovrapposizione tra i due livelli rappresenta un arretramento grave rispetto al modello contrattuale vigente in Italia a partire dal 1993, che considerava il secondo livello integrativo come aggiuntivo a quello nazionale, non certo sostitutivo. Nella piattaforma del comparto delle funzioni centrali bisogna delimitare lo “spazio” riservato al secondo livello di contrattazione sul tema dei profili professionali, comprendendo in quelle sessioni integrative solo la possibile articolazione. Scongiuriamo certamente una semplificazione degli stessi laddove i profili non riuscissero ad articolarsi nella contrattazione decentrata.
3. Il possibile riconoscimento delle “specificità e peculiarità” dei corpi e Servizi di polizia locale e del personale dei Servizi educativi e Scolastici, così come di altre “professioni” periodicamente attratte da una fuoriuscita dai comparti contrattuali, pur essendo comprensibile per la necessità di non frammentare ulteriormente le filiere contrattuali, necessita di una considerazione nella quantificazione delle risorse affinchè le stesse non siano appannaggio esclusivo di questi profili. Si pensi, tra gli altri, ai Servizi della cultura (in particolare alla complessità tecnica e professionale che ha raggiunto il lavoro in biblioteca), oggi ritenuti essenziali, ma probabilmente solo ai fini della regolamentazione del diritto di sciopero. Si pensi ancora a figure come gli assistenti sociali e in generale il personale dei Servizi Sociali. Oppure alle rincorse che i profili amministrativi hanno dovuto fare rispetto alle innovazioni tecnologiche e legislative. O alle figure tecniche legate alle nuove competenze informatiche.
4. Affinchè la contrattazione integrativa sia in relazione con le politiche occupazionali occorre:
– cambiare la legislazione che classifica come “acquisto beni e servizi” le intermediazioni di manodopera, perché consente di sottrarre questa spesa agli indici e di aggirare i vincoli di bilancio, incentivando di fatto le esternalizzazioni, anche al minimo ribasso (ovviamente sulla pelle dei lavoratori con l’abbassamento dei salari e dei diritti).
– Occorre ripristinare – con minore flessibilità – le norme che limitano gli straordinari e destinare i relativi risparmi alle assunzioni dell’anno successivo, in incremento rispetto ai limiti posti al turn over dalle varie finanziarie.
– Analoga finalizzazione alle assunzioni va prevista per i risparmi dovuti a impegni part time;
– Sulla piattaforma delle funzioni centrali occorre eliminare il riferimento riorganizzativo tendente alla soppressione degli uffici.
5. Sul salario accessorio la riflessione è ancora insufficiente e incoerente. dobbiamo capire se intendiamo preservare la funzione di autorità salariale del Ccnl. In questo caso non basta scrivere che occorre superare la distinzione tra parte fissa (meglio “stabile”) e parte variabile del fondo. Le progressioni orizzontali – per essere finanziate e non andare a detrimento di altri istituti – hanno la necessità di un’alimentazione stabile, che si rinnovi annualmente sulla base di una previsione del Ccnl. Non può bastare a creare elementi di certezza il “consolidamento delle risorse storicizzate”.
6. Per quanto concerne le valutazioni dei dipendenti, è positiva l’intenzione di privilegiare la performance organizzativa rispetto a quella individuale così come l’abolizione degli schemi – definiti a priori – dall’ex ministro Brunetta con l’indicazione percentuali dei lavoratori da premiare e quelli da punire. Tutto il resto va affrontato con maggiore precisione e con la prudenza dovuta ad una fase in cui la contrattazione può facilmente portare a dei peggioramenti normativi.
7. Esprimiamo un giudizio molto critico rispetto alle ipotesi di “welfare contrattuale” in quanto questo strumento, anziché essere integrativo (cioè aggiuntivo) rispetto a quello “universalistico” viene in realtà utilizzato per indebolire quest’ultimo.
8. Lo stesso discorso vale per la proposta di defiscalizzazione del salario accessorio che ha diverse implicazioni critiche, tra le quali il suo rafforzamento a discapito di quello nazionale. E’ una tendenza già in atto che non bisogna incoraggiare in quanto viene utilizzato per svuotare progressivamente il contratto nazionale spostando il baricentro della negoziazione sul livello decentrato Queste indicazioni, quali rilievi alle piattaforme, si limitano ai comparti delle autonomie locali e centrali, mentre con ulteriori articoli proporremo altre riflessioni per il comparto della Sanità. Aggiungiamo, infine, che occorrerà predisporre una vera mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori, a sostegno della maratona sui servizi pubblici già prevista per il 12 di novembre ipotizzando, pertanto, anche forme di lotta più incisive di carattere generale e nazionale.
Da Punto Rosso Lavoro21 – anno II – numero 58 del 28 ottobre 2016
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