Politicizzare la campagna per il NO

di Oscar Monaco – Mentre la campagna referendaria entra nel vivo e si moltiplicano le iniziative delle rispettive parti in gioco, siano esse confronti o iniziative di una singola parte, noto con piacere che aumenta l’interesse, lo studio e l’approfondimento intorno alla Costituzione e alle modifiche proposte dal governo Renzi. Questo è un bene, a prescindere: in un paese con tassi di analfabetismo funzionale da record, il semplice fatto che un numero relativamente crescente di persone, fino a ieri disinteressate alla lettura di un qualsiasi testo che superasse i centoquaranta caratteri, si avvicini alla lettura di articoli, saggi o pamphlet è da accogliere positivamente.
Positivo è anche il fatto che un paese dal dibattito politico intorpidito intorno a scontrini, auto blu e vitalizi qualcuno in più dei pochi resistenti torni a parlare della cosa pubblica almeno col gesto elementare, ma non scontato, di rendere evidente il suo orientamento.
Di tutto questo dobbiamo ringraziare in primo luogo quei professori, quegli intellettuali, che rompendo il muro del conformismo che troppo spesso caratterizza una parte sempre troppo ampia del mondo accademico, hanno consentito che le ragioni del NO alla manomissione della Costituzione facessero irruzione nella scena pubblica, costringendo il governo e la sua fedele maggioranza ad organizzarsi per rispondere.
Proprio la risposta e la conseguente campagna del governo, celata dietro l’analisi puntuale degli articoli della riforma, è stata l’elemento che ha politicizzato il tema referendario: assumere parole d’ordine come velocità governabilità è un punto eminentemente politico e non bisogna cadere nel tranello di rispondere all’invito dei sostenitori del sì di “stare nel merito”, come amano ripetere, alludendo ai dettagli giuridici della riforma; quello nel migliore dei casi è il metodo, la sostanza è la teoria politica a cui questa riforma allude e le sue conseguenza, già ampiamente sperimentate, sulla vita quotidiana delle persone in carne ed ossa.
In altri termini i sostenitori del sì chiedono a gran voce di discutere delle forme, chiamandole inopinatamente “merito”, per non parlare della sostanza, la politica: questa è una riforma che ha un impianto ideologico e una prassi politica: l’ideologia è quella che domina il pensiero politico occidentale ormai da trent’anni, il neoliberismo, l’idea cioè che i capitali godano delle stesse libertà individuali dei cittadini e con esse possano entrare in competizione. Nulla chiarisce questa condizione meglio della dotazione antropomorfica di cui sono investite le moderne divinità: i mercati. I mercati si arrabbiano, approvano, gioiscono, condannano, ecc.; l’idea non è originale volendo semplificare si potrebbe trovare una datazione storica nei primi anni 70′ del secolo scorso quando un rapporto di poche pagine depositato da Powell alla camera di commercio americana e il il rapporto alla commissione trilaterale, noto come “La crisi della democrazia”, insieme alle pubblicazioni della scuola di Chicago. A partire da questo impianto furiosamente ideologico, che rasenta il fanatismo religioso, si alza quello che Noam Chomsiky definì il vento liberista delle elite dello stato capitalista. I contenuti di queste teorie sono noti, talmente noti da essere considerati l’unico mondo possibile: intorno alle parole d’ordine della competitività e della produttività si sviluppano le politiche di privatizzazione di qualsiasi settore possa produrre profitto, facendo carne di porco di conquiste come scuola e sanità pubbliche, stato sociale, trasporti, comunicazioni, ecc.
Occorre dire con parole chiare che questa riforma è il sigillo che le classi dominanti intendono mettere ad anni di controriforme dettate industriali, speculatori, banchieri e altra “brava gente”: la velocità rivendicata dal premier Matteo Renzi come necessità dell’azione di governo è quella che serve ad imprimere un’ulteriore accelerazione all’aggressione violenta ai diritti sociali dei cittadini. Insomma, non è bastato l’aumento dell’età pensionabile, in un paese con una disoccupazione giovanile a livelli record anche un’ameba capirebbe che far rimanere troppo allungo un lavoratore in attività non consente il ricambio oltre ad incidere sulla mitica produttività. Non è bastata la distruzione dei contratti collettivi nazionali di lavoro, la possibilità di mandare in deroga ogni accordo fino alla contrattazione individuale, il paradiso dei padroni; com’è noto non occorre essere un sindacalista barricadero per capire che se il lavoratore tratta singolarmente e non collettivamente è più debole e ricattabile. Non è servita nemmeno l’umiliazione di migliaia di docenti della scuola pubblica deportati a migliaia di km di distanza per decreto con tanti cari saluti alle loro famiglie e al diritto di farsi una vita ed un progetto per il futuro. Non è bastato lo smantellamento della sanità pubblica a colpi di tagli e ticket, con ospedali che chiudono e centinaia di prestazioni, cure e analisi che dall’oggi al domani sono passate da gratuite a privilegio di chi può permettersele. Non è bastata la precarizzazione del lavoro spinta oltre ogni più perfida fantasia, l’aver mentito e raggirato gli italiani sui veri effetti del Jobs Act, che oggi si rivela per ciò che è, una marchingegno per abbassare salari, tutele e produrre licenziamenti di massa.
La lista sarebbe lunga, lunghissima, e ogni lavoratrice, ogni lavoratore, ogni cittadina o cittadino che vive sulla propria pelle gli effetti di queste politiche folli, senza essere sopraffatto dalla propaganda a reti unificate del populismo di governo, può valutare lucidamente quanto la manomissione della Costituzione sia politicamente irricevibile.
Diceva Enrico Berlinguer che la democrazia è il terreno sul quale il nemico di classe è costretto ad arretrare; l’ultima e più valida ragione per cui vale la pena difendere con le unghie e con i denti la Costituzione italiana dagli attacchi dei nipotini di Licio Gelli è proprio questo: la sottrazione di spazi democratici, al netto della propaganda sull’efficienza e la velocità di cui vediamo tutti i giorni gli effetti nefasti, è la privazione del nostro diritto, del diritto di chi non possiede capitali e potere, di far avanzare le proprie ragioni e migliorare le proprie condizioni di vita.
 
fonte: facciamosinistra.blogspot.it
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