Uscita dall’euro: la situazione è “un po’ più complessa”

“La situazione era un po’ più complessa”. La frase pronunciata da Servillo/Andreotti nel film “Il Divo” di Paolo Sorrentino balza subito alla mente leggendo l’articolo di Alberto Bagnai e Jens Nordvig (Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre) in cui i due autori cercano di minimizzare gli effetti dell’uscita dall’euro che, secondo molti, potrebbero essere disastrosi (vedasi “Via dall’euro non significa uscire dal liberismo”, il manifesto 7/10/2016). A tale proposito Bagnai e Nordvig sostengono che “L’onore della prova cade sui catastrofisti, poiché l’evidenza storica è contro di loro. Lo studio più autorevole sulla dissoluzione di unioni monetarie, condotto da Andrew Rose all’Università della California, chiarisce che nei 69 casi verificatisi nel dopoguerra non si registrano movimenti macroeconomici violenti prima, durante o dopo un’uscita”.

Ma proprio Jens Nordvig, con Nick Firoozye, è l’autore di un articolo (“Rethinking the European Monetary Union”, pubblicato in occasione del premio Wolfson 2012), in cui si mettono in luce gli effetti potenzialmente disastrosi di una rottura dell’eurozona. Il capitolo 2 dello studio inizia bene già dal titolo: “Perché la rottura dell’eurozona non ha precedenti” e qui potremmo già fermarci, perché se non ha precedenti è inutile andare a ripescare i 69 casi di Rose, che riguardano peraltro l’uscita da una unione monetaria (spesso con una nazione colonizzatrice) di paesi irrilevanti a livello globale, dall’Algeria allo Zimbabwe. L’euro è evidentemente un animale molto diverso. Nordvig e Firoozye sostenevano, a ragione, che l’eventuale rottura dell’eurozona sarebbe molto differente da tutti i casi precedenti per la dimensione economica dell’area euro (quasi il 20% del Pil mondiale, contro una media dello 0,1% per gli episodi precedenti considerati nel loro paper), per l’interconnessione finanziaria al suo interno, e per il ruolo dell’euro come moneta di riserva internazionale, indicatore dell’interconnessione finanziaria esterna della zona euro. Scrivono in proposito Nordvig e Firoozye: “La rilevanza del ruolo internazionale dell’euro è particolarmente evidente nel caso di un full break-up, in cui l’euro cessi di esistere. In un tale scenario, non ci sarebbe alcun precedente per come ridenominare decine di migliaia di miliardi di contratti di diritto internazionale nelle nuove valute”. Tra questi contratti i tanti derivati emessi spesso fuori dell’area euro, specialmente sotto legge britannica e americana. Sempre secondo lo studio del 2012, una rottura disordinata dall’euro, ad esempio a seguito dell’uscita unilaterale dell’Italia, causerebbe “il congelamento del sistema finanziario internazionale” e l’“ondata di fallimenti avverrebbe a livello globale”. Un’analisi condivisa da Barry Eichengreen, economista e storico dell’economia, secondo il quale la rottura dell’euro sarebbe una “Lehman Brothers al quadrato”.
Le preoccupazioni di Nordvig (nel 2012) del resto sono confermate dal contenuto del “Manifesto di solidarietà europea” del 2013 (firmato, oltre che da Nordvig, anche da Bagnai), nel quale si propone una forma di uscita “controllata”: quella della Germania. Se invece ad uscire fossero i paesi periferici, scrivono gli autori del “Manifesto”, si correrebbe “il rischio di panico bancario e il collasso del sistema bancario nei paesi dell’Europa meridionale, che potrebbe verificarsi se questi fossero costretti ad abbandonare l’Eurozona o decidessero di farlo per pressioni dell’opinione pubblica nazionale, prima di un abbandono dell’Eurozona da parte dei paesi più competitivi.” Parole che sembrano confermare quanto scritto da Beppe Scienza sempre su Il Fatto, il quale giustamente distingue l’uscita “dall’alto” della Germania dall’uscita “dal basso” dell’Italia o della Grecia.
A ciò va aggiunto che l’eventuale ritorno alle monete nazionali non è una semplice svalutazione, ma una ridenominazione da una moneta di riserva (l’euro) a tante monete non di riserva (lira, peseta, dracma, ecc.) e questo sarebbe, nella percezione dei mercati, qualcosa di nettamente differente dalla mera svalutazione (come quella accaduta nel 1992, citata da Bagnai-Nordvig). Si può immaginare cosa ciò comporterebbe per il valore della nuova lira, per la valutazione dell’affidabilità creditizia del nostro paese (sia per il settore pubblico che per quello privato) e per i tassi di interesse sul mercato dei capitali.
La rottura della zona euro, a seguito dell’uscita unilaterale di un paese come il nostro, sarebbe un evento sicuramente traumatico e senza precedenti storici, con conseguenze economiche, legali e finanziarie esiziali. L’onere (o l’onore) di provare il contrario non può che ricadere su chi, solo tre o quattro anni fa, condivideva questa analisi, mentre oggi sembra basare le proprie convinzioni su precedenti storici scarsamente rilevanti.

di Leonardo Becchetti, Mauro Gallegati, Guido Iodice, Daniela Palma, Francesco Saraceno, Leonello Tronti

da Il Fatto Quotidiano del 2 Novembre 2016

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