La Cina, il capitalismo di Stato e la crisi del Washington Consensus

Chi avrebbe mai scommesso sulla capacità di tenuta delle ricette “neoliberiste” propugnate dal Washington Consensus a quasi dieci anni dall’inizio della crisi economica più grave dopo quella del ’29, che tiene ancora nella morsa gran parte delle economie occidentali? Non molti, pensiamo, ma sta di fatto che la crisi è tuttora trattata come un accidente della storia e che se siamo ancora lontani dalla piena occupazione è perché – si dice – il processo di liberalizzazione del mercato del lavoro da anni intrapreso non è del tutto sufficiente a consentire un adeguato libero gioco delle forze del mercato. E, stando sempre a questa narrazione, con l’emersione dei paesi di nuova industrializzazione e la pressione concorrenziale esercitata dai loro molto più bassi livelli salariali, sarebbero necessari interventi di liberalizzazione persino più incisivi. Ma questa narrazione è destinata ad essere messa sempre più in discussione quanto più si estenderà e si consoliderà lo spazio occupato dai nuovi protagonisti dello sviluppo mondiale lungo percorsi che con il Washington Consensus hanno molto poco a che fare, come già ampiamente dimostra la straordinaria ascesa economica e politica conseguita dalla Cina. Ed è questo uno tra i più preziosi contributi che ci offre Diego Angelo Bertozzi con la recente pubblicazione di Cina, da“sabbia informe” a potenza globale [Imprimatur editore, 2016, 346 pp], un lavoro di profondo scavo nella travagliata vicenda di un paese che, dismessa agli inizi del ‘900 la veste feudale del “Celeste impero”, deve trovare il giusto slancio verso l’uscita dal sottosviluppo, dovendo contrastare le molte tendenze disgregatrici interne su cui, all’avvio di questo processo, fanno leva le potenze coloniali dell’occidente.


La Cina rappresenta oggi un originale modello di “capitalismo di Stato”, in cui una fondamentale presenza della proprietà pubblica nei settori strategici (energia, infrastrutture, telecomunicazioni) si bilancia con molteplici iniziative affidate al mercato con l’obiettivo di consolidare sempre più “la competitività e la qualità dei prodotti in settori di produzione medio-alti e a tecnologia avanzata” (p.160), una strategia che sconfessa in gran parte l’importanza attribuita alla competitività di prezzo dai fautori del Washington Consensus. Per capire a fondo le caratteristiche di questo modello e le implicazioni che la sua affermazione può esercitare sulla nuova “divisione internazionale del lavoro”, è necessario però comprendere – così come ci consente l’articolata e assai documentata analisi di Bertozzi – che esso è il prodotto di una lunga gestazione, che passa per la ricerca di una identità nazionale sempre al limite di un difficile equilibrio nell’inevitabile gioco di influenze determinato dallo scontro tra le superpotenze di Stati Uniti e Unione Sovietica.
Realizzate nel 1949 con Mao Zedong l’unificazione del paese, dilaniato dalle guerre civili, e l’indipendenza dalla dominazione straniera, si avvia in Cina la prima grande fase della modernizzazione dell’economia. Negli anni ’60 il “grande balzo in avanti”, imprime una straordinaria accelerazione al processo di modernizzazione catapultando, tuttavia, il paese in una situazione di pesante immiserimento. Da quel momento in poi la Cina inizierà a dirigere la propria trasformazione su tempi più lunghi, inserendosi in una dialettica di rapporti internazionali sempre più complessa, che preannuncia il nuovo assetto “multipolare” che si andrà a consolidare dopo la caduta del muro di Berlino nell’89. Negli anni ’80 la “moderazione” di Deng Xiao Ping – che si riassume nella famosa espressione “che cosa importa se il gatto sia bianco o nero, se acchiappa I topi”- rappresenta la cifra della svolta cinese, che non manca di tener fede ai valori del socialismo su cui sono state innestate le radici del riscatto nazionale dopo la fine del “Celeste impero”.
La Cina punta così – come sottolineato da Bertozzi – (p. 143) “sull’utilità, ai fini dello sviluppo del socialismo, di metodi e mezzi sviluppati in ambito capitalista, affidando al mercato un ruolo regolatore ausiliario sotto l’orientamento dell’economia pianificata”.

“[…]..noi dobbiamo imparare dai popoli dei Paesi capitalistici. Dobbiamo far uso della scienza e della tecnologia che essi hanno sviluppato. E di quegli elementi della loro conoscenza ed esperienza accumulata che possono essere adattati al nostro uso. Mentre importeremo tecnologia avanzata e altre cose per noi utili dai Paesi capitalistici – in modo selettivo e pianificato non impareremo mai né importeremo il sistema capitalista […]”. (Deng Xiao Ping, 1985)

Sono valori antichi quelli su cui si fonda l’ ascesa dell’economia cinese nell’attuale scenario internazionale, che ci riportano agli albori della storia moderna del paese, quando già negli anni ’20 il suo primo presidente della repubblica, Sun Yat Sen, si apprestava a realizzare i tre cardinali “principi del popolo” (nazionalismo, democrazia e benessere) facendo leva su una complessa interlocuzione con le classi più conservatrici (che a fasi alterne e in contesti assai mutevoli sarà mantenuta anche in seguito propugnando quella che in più di una circostanza è stata definita politica del “Fronte unito”), per contrastare l’imperialismo e “mettere il capitalismo al servizio della creazione del socialismo in Cina (The international development of China, 1919-1920)” (p.31). Valori che, argomenta Bertozzi, rappresentano la realizzazione della cultura di un popolo in costante confronto con la storia, contribuendo a delineare prima, ed affermare poi “una visione della società e dei rapporti internazionali che non sia un appiattimento su quella occidentale” una difesa della particolarità della civiltà cinese che passa per il recupero della tradizione e della figura di Confucio e, con essa, di un concetto di “armonia” che a tale cultura appartiene, che mira alla continua ricerca di un equilibrio tra identità nazionale e apertura al mondo esterno(pp. 251-256). Un processo storico certamente non privo di difficoltà e drammatiche contraddizioni – come non esita a dirci Bertozzi – che arriverà ad una vera e propria maturazione solo alla fine degli anni ’70.
L’economia statale sarà confermata nel suo ruolo di “forza guida” dell’economia nazionale, ma accanto ad essa sarà presente un’economia individuale a complemento dell’economia pubblica (non a caso indicata come “economia non pubblica” e non “economia privata”); così come la politica di graduale liberalizzazione sarà accompagnata dall’ “accesso al commercio mondiale, ai capitali stranieri e alle conoscenze e tecnologie dei Paesi più avanzati.” (pp.169-171); per arrivare ai nostri giorni con una strategia cosiddetta della “nuova normalità” con cui si conclude la fase della crescita a doppia cifra dell’economia cinese, mentre la crescita dei consumi interni assume un peso sempre più rilevante, la sostenibilità ambientale entra tra gli obiettivi dello sviluppo e alla definizione di “piano quinquennale”, con cui fino al 2005 si era fatto riferimento alla conduzione della politica economica nazionale, si sostituisce quella di “programma quinquennale” sottendendo il senso di un cambiamento che lascia ancor più spazio all’economia privata.
“Punto socialmente e politicamente sensibile è quello rappresentato dalla decisione di eliminare le cosiddette ‘imprese zombie’, vale a dire quelle aziende statali improduttive e incapaci di stare sul mercato, e ridimensionare comparti produttivi afflitti da sovrapproduzione” (p. 247) una transizione che si annuncia non facile e che ha già dato luogo a numerose tensioni sul fronte delle rivendicazioni dei lavoratori. Ma allo stesso tempo non sarebbe corretto dedurre che sia in atto una sorta di “mutazione genetica” del sistema economico cinese poiché – ci ricorda Bertozzi – “la filosofia complessiva resta comunque quella della difesa delle aziende statali (ripetiamo: nessuna svendita del patrimonio) e della centralità, soprattutto in settori strategici (petrolio, gas, energia, ferrovie, telecomunicazioni) del controllo pubblico dell’economia” (p. 264), mentre crescenti sono le risorse investite in attività di ricerca, lo sviluppo del terziario, l’aumento di investimenti diretti all’estero, la proiezione economica ad Ovest che passa per la costruzione di una “nuova via della seta” (One belt, one road); con attori importanti, che sottolineano la caratura istituzionale di progetti di sviluppo che facciano da moltiplicatore di iniziative economiche in molti paesi del “Sud del mondo” e al contempo cerchino di controbilanciare il “Pivot to Asia” lanciato nel 2011 dall’amministrazione Obama come strategia di contenimento dell’ascesa cinese. Il tutto ricordando che la nuova “via della seta” non è l’equivalente di un piano Marshall cinese, considerata la forte differenza che caratterizza l’ingresso dell’impegno economico della Cina su scala globale rispetto agli Stati Uniti sia sotto il profilo della fase storica (che fa sì che l’intervento non sia motivato dal risanamento di una situazione di crisi post-bellica), sia sotto quello della proiezione internazionale dell’economia cinese, che si inquadra fin dall’inizio – coerentemente con le strategie che hanno consentito al paese di superare lo stadio di “sabbia informe” dopo la fine del “Celeste impero”– in un assetto multipolare.
Sembrano dunque maturi i tempi per un riconoscimento a pieno titolo di quello che a partire dagli anni ’90 è stato definito “Bejing Consensus”, che si afferma non solo quale opposta alternativa al logoro quanto fallimentare Consensus americano, ma anche quale esito inedito di una lunga meditazione sui fallimenti dell’economia capitalista, da un lato, e di quelli imputabili allo statalismo dell’esperimento sovietico, dall’altro (una specie di “ossessione” – ci ricorda non a caso Bertozzi in diverse parti del volume – quella legata all’intero arco della vicenda dell’U.R.S.S., che sembra pesare lungo tutto il corso della storia che ha portato alla definizione in Cina di un’originale identità statuale). Ma che ancor più rappresenta un modello – o se si preferisce una visione – che ha dovuto confrontarsi con le nuove spinte presenti nello sviluppo mondiale, in una sfida continua che contempla una platea sempre più ampia di attori e la necessità di dare spazio ad un benessere sempre più diffuso.
La Cina – da “sabbia informe” qual era – è dunque diventata un nuovo importante tassello dello scenario politico ed economico mondiale con il quale nessuno sembra ancor aver fatto adeguatamente i conti, liquidando frettolosamente qualunque valutazione sulla sua ascesa come una non meglio specificata “minaccia cinese”. Tutto questo a fronte di una tensione ai giorni nostri non ancora del tutto colmata – come ci rammenta l’autore a conclusione dello studio nel discutere dell’attuale leadership di Xi Jinping – tra le istanze più “radicali” del “decollo” del paese guidato dal “grande timoniere” Mao, e la “mediazione” della fase successiva condotta da Deng, e che ci consegna un paese dalle molte potenzialità di sviluppo e con una ben precisa visione sul ruolo portante della guida pubblica in economia. Un ruolo, quello assegnato dalla Cina all’intervento dello Stato in economia, che sembra riecheggiare le riflessioni di “filosofia sociale” con cui Keynes chiudeva nel 1936 la sua Teoria Generale affermando che “…una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per farci avvicinare alla piena occupazione; sebbene ciò non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di compromessi coi quali la pubblica autorità collabori con l’iniziativa privata”. Ma che d’altra parte reinterpreta la lezione keynesiana nel solco dell’unicità dell’esperienza storica che ha portato al riscatto del popolo cinese, aprendo un capitolo ancora più importante dedicato alla costante ricerca della crescita del benessere sociale, quasi a intervenire su quelle criticità, richiamate dalla stessa Joan Robinson nel 1972, presenti nella originaria macroeconomia keynesiana e riguardanti la necessità di qualificare il contenuto di spesa pubblica e occupazione (cfr. Joan Robinson, The Second Crisis of Economic Theory, The American Economic Review Vol. 62, No. 1/2 (Mar. 1, 1972), pp. 1-10).

“Attraversare il fiume camminando sopra le pietre” è l’espressione con cui Deng Xiaoping soleva indicare il difficile e intricato cammino intrapreso dalla Cina nel realizzare i suoi obiettivi di emancipazione e sviluppo. Un cammino legato però – come visto – da un filo rosso, che quest’opera contribuisce a ricostruire consentendoci di guardare oltre il guado dove molto altro dovrà accadere.

Daniela Palma

fonte: keynesblog.com

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